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Uscire è un’opzione che non abbiamo

di il 7 novembre 2014


Prima che le misure di risanamento si susseguissero in un avvitarsi di spinte deflattive, è probabile che da molti non fosse stato percepito di quale portata potesse essere il calvario del Paese. Man mano che appaiono evidenti i sacrifici che comporta questa crisi strisciante, sorge in molti il dubbio se valga la pena che questi siano affrontati per soddisfare i dettati della finanza internazionale e dell’intransigenza dell’Unione Europea o se non esistano altre opzioni per evitare una prolungata sofferenza, specie alla parte più debole della popolazione. Andare avanti così comporta un declino progressivo, che può durare un decennio (se basta) e non si capisce dove possa fermarsi. Un declino iniziato prima ancora della crisi del 2007, ma che si è approfondito successivamente e ha comportato da allora la perdita di un quarto della nostra produzione industriale e, a seconda delle stime, dai tre ai 4 milioni di posti di lavoro.

È ovvio che lo scenario migliore è quello che vede l’Unione europea uscire dall’ossessione dell’economia dell’offerta e capire che senza una dose massiccia di domanda non si cambiano le aspettative, né si rientra dai deficit. Non che misure di offerta siano inutili, ma lo sono (quando lo sono: caso per caso) solo come complemento a una economia tenuta per altra via a buon livello di pressione della domanda. Tuttavia, è inutile concentrasi su questo argomento o entrare nei dettagli di come potrebbe configurarsi una diversa Unione, perché non è fra le opzioni a nostra disposizione, né è uno scenario che sembra in vista. Rimaniamo sulle leve che abbiamo a disposizione, tralasciando temi di come sia nata la trappola in cui siamo o l’individuazione dei “colpevoli” o delle “vittime” di questa situazione, su cui ho scritto in tante altre occasioni.

Le opzioni a disposizione che abbiamo di fronte non sono da poco. Quella contro cui dobbiamo confrontare tutte le altre comporta la riappropriazione del cambio.

A me sembra poco credibile che ciò possa contemplare uno scenario concordato di frantumazione dell’unione monetaria in vari tronconi (al limite ciascuno col suo cambio, o per gruppi di paesi o la sola uscita dell’Italia). L’opzione comporta un ritorno alla lira. Per rimanere concordato e ordinato, lo scenario comporterebbe trattative complesse, lunghe e segretissime. Dubito che possano rimanere tali. Il sentore che qualcosa del genere si sta discutendo a livello ufficiale comporterebbe che tutti gli operatori, italiani e esteri, proteggano risparmi e patrimoni, disinvestendo dall’Italia. Rapidamente si diffonderebbe un panico del “si salvi chi può” che porterebbe lo spread a livelli elevatissimi e confermerebbe i timori. E questi non riguarderebbero solo chi ha a che fare con l’Italia, ma chi teme che dal nuovo scenario esca un subbuglio monetario mondiale unito a una deflazione mondiale. In realtà, è da tempo che l’Unione monetaria europea è percepita non come tale, ma come un sistema a cambi fissi, perché altrimenti non vi sarebbero tassi di interesse differenziati, i quali presuppongono che quei cambi siano aggiustabili. La svalutazione attesa (e poi effettiva) non potrebbe essere di poco conto, per cui non c’è spread contenuto che compenserebbe ex ante le perdite dei nuovi investitori, mentre i vecchi che non si siano protetti non potrebbero che subire ingenti perdite in conto capitale. Certo, lo scenario concordato comporterebbe anche che la Bce abbia predisposto i piani di intervento e l’Italia sia stata dotata di linee di credito pressoché infinite (tutto nell’ambito di una forte cooperazione della quale, su problemi meno complessi, non si vede l’ombra). Anche nel caso di cooperazione, il mercato dei cambi dovrebbe esser chiuso e i viaggi proibiti durante tutta la fase di transizione e di riavvio del nuovo sistema, le uscite di capitale controllate amministrativamente e con misure di polizia (con provvedimenti non facili da implementare e far rispettare). Se non altro, le lire devono essere stampate, i registratori di cassa reinstallati (tutto ciò che non si poteva fare durante la fase delle trattative segrete), debiti e crediti rinominati. I tassi di interesse dovrebbero essere tenuti alti. Perché ciò non comporti che il loro livello sia insopportabile, occorre revocare alla Banca centrale (tornata autonoma dalla Bce) l’indipendenza dal Tesoro e monetizzare il debito, oltre imporre vincoli di portafoglio alle banche. Tenere ordinati i mercati comporta interventi della Banca centrale in tutta la fase di transizione (anche con mercato dei cambi chiusi) e quindi comporta perdite sulle riserve valutarie. Ma chi se le assume?. La Bce, che oltretutto non potrebbe comprare direttamente debito pubblico? La Banca centrale italiana? Può darsi che lo scenario concordato (che può prevedere un serpente monetario, tassi aggiustabili, o libera fluttuazione) comporti che non vi sia ripudio del debito, ma sarebbe difficile convincere i mercati che sia proprio così, e scongiurare che si proteggano evitando l’Italia o chiedendo tassi molto elevati, che coprano congiuntamente i rischi di un progressivo scivolamento del cambio e di un haircut.

 

È molto più probabile che uno scenario del genere arrivi per panico dei mercati quel giorno che si convincano che il nostro debito pubblico non è sostenibile con la crescita che siamo in grado di sviluppare in condizioni di austerità. “Le crisi – scriveva l’indimenticabile amico Dornbush – mettono molto a manifestarsi, sembrano sempre gestibili, poi scoppiano rapidissimamente e in modo repentino e quasi inatteso”. Un certo giorno ciò potrebbe avvenire. Lo scenario non sarebbe molto difforme se la crisi fosse deliberatamente provocata con una dichiarazione di insolvenza. Il ripudio del debito pubblico ci liberebbe – così suona il ragionamento di molti – da una corvée insopportabile e penosa, dandoci finalmente l’agio di gestire la nostra politica economica a fini redistributivi, ritrovare la crescita e competitività, spostare l’onere su chi è giusto che paghi per la crisi debitoria, a partire da chi più si è arricchito o ha gravato finora sui contribuenti. Questa idea, la cui semplicità è accattivante, viene conquistando parte dell’opinione pubblica e riecheggia in sede politica. “Chi ce lo fare?”, si chiede l’uomo della strada o chi perde il lavoro, chi ha figli disoccupati, chi vede peggiorare la condizione economica, o chi stenta a riempire il carrello della spesa (sia pure al supermercato low cost). Ed è interessante come si sia accreditata nella lotta politica, una contesa che vede schierata da una parte un’opinione radicale (destra e sinistra), propensa al ripudio del debito e a evitare sofferenze alla popolazione e dall’altra parte una sinistra, in primis il Pd, che se non prende in considerazione quell’opzione è per debolezza ideologica, acquiescenza verso l’ortodossia dominante, timidezza, scarsa attenzione alle questioni sociali, europeismo gregario.

Un conto, tuttavia é la realtà immaginaria e costruita cerebralmente, un altro la dura effettività delle cose. Per cominciare, l’opzione del ripudio dei debiti (o, in termini meno crudi, della ristrutturazione del debito), così come posta, sembra un provvedimento che un giorno, prendendo di sorpresa tutti, Italia annunci ai suoi creditori. Se non è così, e se quella opzione è percepita come una possibilità – se non altro per il rifiuto a perseguire misure di contenimento del debito – si materializza strada facendo, anche se poi la crisi precipita improvvisamente a causa delle fughe di capitale e dell’altezza proibitiva dei tassi in un quadro caotico: la frittata é già fatta prima del default. In un caso e nell’altro, un giorno (del default) ci sveglieremmo con le banche chiuse, conti correnti congelati, movimenti di capitale e viaggi all’estero proibiti, contante (alla riapertura delle banche) distillato. Debiti e crediti, per decreto, necessariamente ridenominati in lire, perché tutto ciò è incompatibile con la permanenza nell’euro. La lira si svaluterebbe subito rispetto all’euro. Saremmo fortunati che si svalutasse del 30%, perché può arrivare molto oltre, anche al 50%. Partirebbe un’inflazione molto prima che i costi maggiorati delle importazioni incidano effettivamente sulle produzioni, per via delle aspettative che anticipano il risultato. La benzina può benissimo arrivare a 3000 lire (supponendo un cambio iniziale di conversione iniziale 1:1000). Può darsi che l’inflazione sia più contenuta di quanto implicato dalla svalutazione, a causa della depressione che investe l’economia reale, su cui mi fermerò. Ma basta anche una inflazione contenuta 6-7% (che è la migliore delle ipotesi, quasi irrealistica) per mettere in crisi il terzo mercato obbligazionario del mondo i cui crediti sono stati accesi nell’ipotesi di rendimenti reali positivi (sia pure contenuti). I salari privati non riuscirebbero a tenere il potere di acquisto (dato anche ciò che succederebbe all’occupazione, che diremo poi) e quelli pubblici incapperebbero nel contenimento delle spese statali, che deve essere immediato (come pure diremo). Malgrado sia difficile una rincorsa alla pari, è  plausibile che i salari inizino un rimando con prezzi e cambi (smorzato o accelerato che sia).

Mettiamo pure che il debito verso italiani sia tradotto tutto in lire. Questo non potrebbe avvenire per il debito estero, emesso in euro, e che per via della svalutazione, salirebbe dagli attuali 700.000 miliardi (di lire) circa a 900/1000 ammesso che non sia stato in gran parte convertito già dall’inizio della turbolenza. Poco male, si potrebbe pensare, tanto l’intero debito è destinato a una notevole decurtazione per via del default. Presumibilmente, per arrivare a quota 0,60 nel rapporto debito/pil (che ora é del 135%) il debito dovrebbe essere svalutato del 60% e più (in Grecia quello privato lo è stato del 70%). Ma, quand’anche fosse decurtato del 30% (che reputo improbabile), i creditori esteri dovrebbero assorbire perdite ingenti. Molti non ce la farebbero e fallirebbero. Gli stati dove sono locati dovrebbero farvi fronte, se ne sono in grado. Un contagio bancario sarebbe inevitabile. Ma come si può pensare che di fronte a un default percepito come furbesco (o quanto meno colpevole) gli altri Stati non applichino rappresaglie immediate contro l’Italia, prima congelando e poi confiscando i beni italiani nel loro Paese, gli immobili e i titoli finanziari? (di certo, per esempio, gli aerei italiani che si trovassero in scalo a Berlino non prenderebbero la via del ritorno); come pensare che nulla succeda nella disposizione ad aprire i loro mercati dei beni nei nostri confronti?

Ma ritorniamo all’Italia. Anche gli investitori italiani subirebbero la stessa decurtazione, che è anticipata dal mercato, deprimendo enormemente il corso dei titoli. Le banche italiane che detengono titoli dello Stato verrebbero – nel linguaggio che ho sentito – finalmente punite e dovrebbero addossarsi i costi di una crisi che hanno provocato (le banche italiane?!). Ma chi effettivamente si addosserebbe questi costi? Non certo le banche in quanto tali, che fallirebbero pressoché tutte (e, con esse, le assicurazioni) e dovrebbero essere tutte acquistate dallo Stato, quanto i loro azionisti (tra loro piccoli risparmiatori), che già oggi hanno subito una decurtazione patrimoniale impressionante se si pensa che Unicredit valeva 40,5 euro nel 2007 oggi ne vale tra 5 e 6. Anche i piccoli risparmiatori che detengono titoli di Stato, obbligazioni societarie, azioni, polizze vita, fondi comuni avrebbero perdite, per la caduta dei corsi e per haircut che il default comporterebbe. Ma i costi non si fermano qui. Pensiamo al credito, che si bloccherebbe istantaneamente (senza più le iniezioni di liquidità della Bce, che subirebbe perdite rilevanti addossate agli altri stati sovrani, il che non dispone bene nei nostri confronti). Pensiamo al crollo verticale della produzione, ai fallimenti a catena nel settore produttivo, a una disoccupazione colossale che si formerebbe (altro che aumento dei salari reali). Si bloccherebbero, oltre alla produzione, i consumi per via del reddito disponibile (in calo verticale), dell’inflazione, delle incertezze sul futuro, della falcidia del risparmio. La situazione sociale diventerebbe disperata, tutto l’inverso che alleviare i sacrifici alla parte più debole della popolazione.

Chi ci tirerebbe fuori da questo? Lo Stato che ha riacquistato libertà di azione? Per iniziare dovrebbe far fronte all’assicurazione dei depositi (fino a 100.000.000 di lire) e alla ricapitalizzazione delle banche che ha nazionalizzato. Questo cozzerebbe contro il fatto che non può più ricorrere al finanziamento esterno, perché nessuno gli presterebbe soldi per vari anni (italiano o straniero). Non può più gestire deficit di bilancio, mentre gli si riducono le entrate per via del crollo del reddito prodotto, e mentre i saggi di interesse raggiungono livelli proibitivi (che vanno pagati, tuttavia, solo sul debito che residua), e a tutto ciò può far fronte solo con riduzione di spese (che darebbero un contributo a quel crollo). Per quanto si possa ora monetizzare il debito, il costo è una depressione ulteriore del cambio. È del tutto probabile che si debba sospendere il pagamento di pensioni e stipendi pubblici, non si sa per quanto tempo. Nel giro di due-tre anni il crollo produttivo può cumularsi di un altro 20-30%.

Le esportazioni ci tirerebbero fuori? Queste sarebbero ovviamente favorite da una svalutazione del 30% e più, ma per cominciare, farebbero aumentare i nostri introiti esteri solo con un aumento di volume considerevole, se non proprio del 30% (se questa è la svalutazione), almeno del 10-15%, che compensi la quota di riduzione di prezzo in valuta estera. Non é qualcosa che avviene nell’immediato. Il crollo delle importazioni può aiutarci per il residuo, ma può non bastare. Neppure la nostra bilancia con l’estero può più permettersi di essere in passivo, eppure inizialmente è facile che la svalutazione ci porti in passivo (ormai potenziale), premendo sul cambio (e sull’inflazione). Se le esportazioni fossero il motore per un’inversione produttiva, ci sarebbe un barlume di speranza, basta aspettare. Ma il ragionamento è viziato dal supporre che le circostanze esterne non mutino. Il default italiano sconvolgerebbe tutti i flussi mondiali di capitale. Sarebbe inevitabile un contagio verso Grecia (nonostante il recente salvataggio, si fa per dire), Portogallo, Spagna, Irlanda, Belgio, fino alla Francia, cui nessun organismo internazionale può far fronte. Il contagio è anche tra privati. Lo sconvolgimento è di gran lunga un multiplo della Lehman; toccherebbe l’intero globo con una recessione da paura. Dove troveremmo la domanda per le nostre esportazioni? E, in più, la disposizione dei paesi compratori sarebbe di apertura nei nostri confronti?

Ovunque la si guardi la situazione è da incubo. È ovvio che dopo 6-7 anni si normalizza. Un paese sconvolto, più povero, socialmente provato, impoverito patrimonialmente e redditualmente, che ha visto molti suicidi e un incremento incredibile della criminalità, riprenderebbe un qualche cammino di crescita (situazione mondiale permettendo).

Gli economisti domenicali ci obietterebbero che per l’Argentina non è stato così (lasciamo stare, per favore, l’Islanda, con i suoi 300mila abitanti) all’epoca del default del 2000. Dopo 3-4 anni di caduta del reddito l’Argentina ha avuto una ripresa considerevole, è cresciuta a tassi che sono stati secondi nel mondo a quelli della Cina, anche se oggi sembra tornare indietro. Ma il paragone con gli anni buoni non regge. Intanto quei quattro anni (in Italia di più) devono trascorrere e qualcuno deve subirne le conseguenze. In Argentina erano le stesse classi medie a guardare nei cassonetti nel periodo successivo alla crisi. Le ragazze di buona famiglia cercavano lavoro domestico in Bolivia. Gli stipendi, una volta espressi in dollari e poi in pesos, non consentivano di comprare dall’estero nulla ed erano miserrimi. Ma, a parte questo, l’Argentina non è stato un detonatore per l’economia mondiale. Il suo debito era una frazione del nostro e quello esterno neppure detenuto principalmente da investitori istituzionali, ma da privati. Essa ha usufruito, dopo il default, di una fase straordinariamente ascendente dell’economia mondiale, con, in più, prezzi delle materie prime che nel giro di un decennio hanno pressoché raddoppiato, con il suo partner principale, il Brasile, che ha iniziato a crescere considerevolmente anche dopo il 2007. L’Italia non può sperare di trovare queste condizioni, inserita, com’è, in un’area destinata a crescere poco nel lungo periodo, con una recessione esterna da lei stessa provocata ed esportando in settori manifatturieri in cui è alta la competizione di prezzo. Tuttavia, è pur vero che nell’arco di un decennio, come detto prima, il paese ricomincerebbe a vivere e a riprendersi (difficile dire in quale cornice politica).

Se la prima alternativa è un disastro parossistico di alcuni anni, la seconda opzione, che prevede che la politica economica sia manovrata dentro l’attuale quadro di unione monetaria) è un’asfissia continua del paese, come già sperimentata negli ultimi anni. È inutile negare che senza il governo del cambio il Paese ha (non da ora) larghe fette di difficoltà competitiva, destinata ad aggravarsi, più che ad attenuarsi. La base produttiva continuerebbe a ridursi, anche perché quella parte del Paese che ce la fa preferisce investire altrove e non in un’area a bassa crescita (o crescita negativa). Non potrebbe supplire il settore pubblico, braccato dalle regole europee, dal fiscal compact e dalle difficoltà delle finanze pubbliche. Il circolo vizioso dell’austerità continuerebbe inesorabile. Un surplus primario necessita di esser tenuto per anni (e non basta, nonostante l’attuale livello dei tassi di interesse). Difficile sfuggire a una decurtazione continua della spesa pubblica (passata per efficientamento), a una compressione dei redditi, a un impoverimento inarrestabile delle classi medie, al degrado dei servizi pubblici. In ogni settore mancherebbero i fondi necessari e non si potrebbe che vivere alla giornata. In balia di Bruxelles, l’Italia non potrebbe che privatizzare i residui cespiti pubblici. In generale, diventerebbe, un campo di razzia per le imprese estere e si completerebbe il processo, già in corso, di inglobamento delle imprese italiane nel capitale estero o nel portafoglio di fondi di private equity (o sovrani) internazionali. La perdita non recuperabile di capitale umano continuerebbe. Lo scenario è quindi di un declino prolungato negli anni. Difficile, in tali situazioni, avere un paese che guarda al lungo periodo e che assume orizzonti lontani. D’altra parte, in un paese demoralizzato la logica é proteggere ciò che ancora si ha.

Ovviamente, in una prospettiva del genere, la possibilità che un giorno ci si ritrovi, avendola scelta o no, con la prima alternativa é concreta, ma penso che, proprio per il suo carattere dirompente, e finché l’Italia mostrerà – secondo i criteri di Berlino – di volere rimanere nell’euro, questo sarà evitato con interventi di ultima istanza, che forse richiederanno qualche innovazione istituzionale e porteranno ad acquisti di titoli di stato da parte della Banca centrale europea, alla concessione di prestiti, alla restituzione di quanto corrisposto per il salvataggio di Grecia, Spagna, Cipro, Portogallo e Irlanda, a diverse regole di contabilizzazione del bilancio pubblico, alla messa in campo di qualche scampolo di investimento europeo. La troika è molto probabile.

Il declino è ovviamente uno scenario di scivolamento lento, con illusioni di ricorrenti di svolta e speranza di ripresa. È comunque uno scenario meno doloroso. I patrimoni non sono messi a repentaglio da improvvisi fallimenti e innalzamenti dei tassi di interesse (proprio la situazione italiana impedisce che questi ultimi siano manovrati in alto), gli stipendi pubblici continuano a essere pagati regolarmente, le pensioni anche; i crediti (privati e pubblici) un po’ meno; qualcuno ha tempo di aggiustarsi. È uno scenario che può dare l’impressione che prima o poi se ne esca. Ma, in realtà, dove possa fermarsi il declino e quali siano i meccanismi di inversione non è chiaro. La teoria economica non può darci dei lumi.

Le riforme possono dare l’illusione che vi sia una terza opzione. In realtà sono tutte interne al secondo scenario (conseguenza della seconda opzione). Riforme è una parola vaga, ma talmente magica da esimere di specificare di che riforme si tratti.

Non é neppure molto chiaro di quali riforme abbiamo bisogno: certo di una migliore amministrazione, di una migliore scuola, di una migliore università, giustizia, ecc..  Ma mentre é facile formulare le finalità che definiscono e qualificano il termine “migliore” non é facile definire i mezzi e le modalità per arrivarci. E se l’impatto con le varie strutture avviene sotto l’egida della spending review, è difficile presagire qualcosa di miracoloso. Il rischio é anche quello di accanirci contro ciò che all’ingrosso funziona, come ieri sulla scuola elementare, oggi sulla sanità e sulle pensioni. Non saranno le riforme a farci risalire la china, per quanto dolorose e per quanto incisive. Quelle istituzionali potranno garantire (al meglio) una maggiore governabilità, ma non sono decisive. Quelle dei meccanismi di spesa potranno far risparmiare qualcosa all’erario, ma comportano anche riduzioni che colpiscono le istituzioni essenziali, il reddito dei singoli o le possibilità che dei giovani subentrino nel turnover. Quella della pubblica amministrazione potranno snellire procedure e migliorare l’utilizzo delle risorse e il perseguimento degli scopi, ma sarà difficile che producano effetti in tempi rapidi e certo, non attraverso snellimenti del settore pubblico e demoralizzazione della burocrazia. I governanti proporranno vari assi nella manica, appoggiandosi alla saggezza convenzionale e a Bruxelles, senza capire che quando un paese è in un circolo di declino, la cosa migliore è non mettere in subbuglio la società e l’economia, ma far funzionare al meglio ciò che c’è. Lo avessimo capito (come Paese, destra e sinistra), avremmo evitato una fibrillazione continua della società italiana, che certo non ci ha aiutato (riforme e controriforme della scuola, università, del commercio, della sanità, del mercato del lavoro, del fisco, privatizzazioni, delle autonomie, ecc ecc) e ha più destabilizzato che stabilizzato la società italiana.

In ogni caso la spinta riformista avverrà nell’ambito di ciò che ci tiene saldamente ancorati all’Europa (e, in parte, eterodiretti), ma che non ha niente a che fare con una strategia e con una visione di lungo periodo del Paese, nemmeno nella retorica (se non per la proclamata liberazione da non meglio identificati “lacci e lacciuoli”).

Le due opzioni sono quindi angosciose. Propongono un’alternativa tra disastro e asfissia. Tra padella e brace, o meglio, tra il rogo e la brace. Se fossero solo queste le alternative, personalmente preferirei, se così si può dire, il fuoco lento a quello violento, perché, finché rimane tale, ancora assicura che i risparmi non si azzerino improvvisamente, che salari e pensioni vengano pagati (con potere di acquisto mediamente basso) che il panico non provochi disastri colossali irreversibili. Ma quel fuoco lento non evita al Paese di essere rosolato.

È ovvio che bisogna uscirne e che una sinistra che si rispetti deve indicare quei passi che diano un filo di speranza, evitando di accreditare soluzioni miracolistiche. È ovvio che i più rilevanti fili di speranza sono esogeni. Riguardano una crescita ordinata dell’economia mondiale, ma soprattutto che una evoluzione istituzionale e di mentalità nel perdurare della crisi convinca l’Europa che la crescita non è un prodotto differito dell’austerità e che quindi necessita l’avvio di massicci programmi comunitari ad effetto immediato di spesa per investimenti, finanziata in deficit dall’Unione. Questi eventi sono fuori dalla nostra portata. Ma lo saranno di più se l’Italia non pone con forza la questione a livello internazionale di come (e a vantaggio di chi) funziona l’Unione e se la sinistra italiana rinuncia a sensibilizzare e coalizzare con efficaci iniziative le forze socialiste in Europa. L’Italia dovrà porre in discussione i meccanismi europei e arrivare ai punti di rottura per affermare un’altra concezione del mondo (è stato un errore, per iniziare, che Francia e Italia abbiano accettato il compromesso sul bilancio). Rischierà qualcosa, nella presunzione che non ci lasceranno fallire, perché questo non è nella convenienza dei partner europei né nel breve, né nel lungo periodo.

E all’interno? Cosa può costituire una linea della sinistra nello scenario di declino insistente? Innanzitutto, penso che occorra dire la verità sulla trappola in cui è posta l’Italia. Non lasciare la bandiera della critica all’Europa a forze che sono necessariamente destinate ad aver presa nella pubblica opinione, e agitarla con altrettanto vigore, spiegando che se non rivendichiamo l’uscita dall’Europa é perché aborriamo la disoccupazione di massa che ne seguirebbe e il moltiplicarsi delle zone di povertà e insicurezza. La brutta piega delle cose e l’impossibilità di avere alternative al mantenimento dell’euro comporta che si chiami il paese a una mobilitazione unitaria, il che presuppone una visione concordata e comunitaria degli interventi e delle strategie (l’inverso del mondo competitivo di tutti contro tutti cui siamo spinti). In quella visione comunitaria deve esserci la voglia di equilibrare in modo deciso il peso della crisi impedendo che gravi tutto sui più deboli. Ma deve esserci anche una voglia di crescita, di produzione, di riscatto. La sinistra dovrà operare affinché l’ apparato statale funzioni, diffidando delle posizioni palingenetiche allineate alle visioni di Bruxelles, dovrà far cambiare l’ottica verso il lungo periodo (contro lo short termism di oggi) cominciando a ragionare sui settori strategici e sulla domanda pubblica di eccellenza su cui puntare, a riproporre le tematiche di politica industriale (avocata allo stato centrale), proporre che ogni euro che si renda disponibile (e quelli ricavati da una tassazione di scopo) sia destinato a investimenti infrastrutturali e in formazione, impedire che l’Italia diventi un paese insensatamente liberalizzato con un settore pubblico mercificato. Non ultimo, dovrà dimostrare di saper selezionare personale dirigente idoneo. Non in tutti questi indirizzi ha finora brillato.

Il crinale per il paese é molto sottile.


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