Atleta-vincitore

Rialziamo la testa, raccogliamo la sfida

di il 2 aprile 2015


La portata di quanto è accaduto in Grecia in occasione della vittoria di Syriza alle elezioni politiche va ben oltre le difficoltà che il governo greco sta attraversando in sede europea. Quanto è accaduto segna una svolta evidente, che buona parte dell’informazione europea prova goffamente a mettere sullo sfondo.
Della parola svolta si abusa quotidianamente in lungo e in largo, ma non può che essere utilizzata per descrivere la prima vera, grande breccia aperta nel muro dell’ortodossia europea. Questa altro non è che la declinazione supina degli assunti di fondo dell’ormai quarantennale rivoluzione neoconservatrice, la cui spinta è ormai esaurita ma i cui segni sono ancora ben riconoscibili. Prima ancora che nell’assetto politico, economico e monetario dato all’Unione, nella cultura politica ancora oggi dominante.
Tale assetto, come è noto, prevede che una vasta gamma di decisioni siano sottratte al processo politico democratico e siano invece affidate a parametri sostanzialmente intangibili e svincolati dai suoi esiti. Ciò, finora, era stato messo in discussione solo da forze, salvo alcune organizzazioni minoritarie, della destra nazionalista e antieuropea. Oggi è un partito di sinistra, popolare, europeista, a mettere in discussione tutto questo. Lo fa facendo leva su un diritto finora limitato in nome della mera evocazione di un’integrazione inesistente, quello dei popoli alla sovranità e all’autodeterminazione. Basandosi su principi di libertà e uguaglianza, clamorosamente quanto silenziosamente messi da parte nel dibattito pubblico europeo, si impegna contro la povertà, per il lavoro e la sua dignità, combatte le disuguaglianze. In altre parole, rimette al centro la politica.
Ed è questo il cuore di ciò che Syriza realmente rappresenta nell’agitato scenario europeo, e prima ancora agli occhi dei popoli dell’Unione. Rappresenta la concreta possibilità di far sì che la politica torni ad essere il campo della scelta, e non della declinazione e applicazione di idee costituite e spacciate per ineludibile cornice dell’agire politico.
L’appello di Atene deve essere raccolto. In primo luogo dai pezzi più consapevoli del socialismo europeo, per il quale l’iniziativa politica di Syriza può rappresentare un mezzo attraverso cui risollevarsi dalla propria crisi di identità, prendere atto della propria responsabilità nell’attuale stato di cose, costituendo un fronte comune che dispieghi nuovamente bandiere capaci di mobilitare e organizzare i ceti popolari.
Raccogliere l’appello significa per noi intraprendere un percorso che ci porti a saper nuovamente interpretare, organizzare e orientare i bisogni e le aspirazioni di coloro che ci proponiamo di rappresentare. Significa decostruire fino in fondo la narrazione avversaria, costruire nuovo senso comune, articolare un nuovo pensiero capace di guidare l’azione. In Italia significherebbe smettere di inseguire il Presidente del Consiglio su questo o quell’emendamento, ma sfidarlo dinanzi al paese declinando parole nuove di chiara matrice e collocazione. Significherebbe, in una parola, rialzare la testa. In Europa significherebbe riaffermare la sovranità democratica dei popoli, non in un’ottica nazional-isolazionista, ma come base imprenscindibile per l’innesco di un libero, sano e duraturo processo di integrazione federale dell’Unione.


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