reichlin

Diamoci un’altra leva per sollevare il mondo

di il 26 maggio 2015


Vi ringrazio con tutto il cuore. So di non meritare le parole che sono state dette. E non lo dico per falsa modestia, ma perché sono dominato da una grande inquietudine. È un nuovo mondo quello in cui siamo immersi, ed è soprattutto una nuova umanità che si sta formando. E io ho l’impressione che non stiamo parlando ad essa.

La mia vita politico-culturale si aprì nel segno delle grandi speranze. Le speranze nella libertà e nel Socialismo. Avevo appena preso la licenza liceale e un mese dopo, nella notte del 25 luglio 1943, si consumò a Palazzo Venezia la congiura dei gerarchi fascisti contro Mussolini. Poche ore dopo, il Duce fu arrestato dai carabinieri del Re a Villa Ada. C’era la guerra, e io ero in vacanza con la famiglia a Montecompatri nei Castelli romani. Eravamo a un passo dalla Capitale ma là le donne vestivano ancora in costume e portavano in bilico sulla testa enormi “quartare” d’acqua dalle fontane pubbliche alle case. Ricordo le facce dei signori amici di mio padre quando la sera si interruppero le trasmissioni e una voce metallica scandì alla radio che il Cavaliere Benito Mussolini aveva dato le dimissioni e Sua Maestà il Re e Imperatore aveva nominato Capo del governo il Cavaliere maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. Un grande silenzio. Rotto dal padrone della villa che si chiese sgomento: “Che faranno adesso i comunisti?”

Mi colpì molto. Dunque, – pensai – la lotta di classe esiste. Tornai a Roma e 40 giorni dopo ci fu l’armistizio dell’8 settembre. E la vita del ragazzo che ancora ero cambiò radicalmente. Scoprii gli italiani. Un popolo povero, assillato dalla fame, tradito dai suoi governanti, che lottando per la vita riscopriva le sue virtù ancestrali di umanità, di solidarietà e di intelligenza delle cose. E vissi la formazione su questo grande magma popolare di una nuova classe dirigente che prendeva nelle sue mani il destino della nazione. E la guidava. L’Italia era coperta di macerie ma nuove strade verso l’avvenire venivano tracciate. Noi, i giovani e giovanissimi di allora, le percorremmo. E così scoprimmo la politica: la formazione di una nuova soggettività e il sentirsi parte di una storia collettiva.

Sono passati molti anni da allora e io sono diventato vecchio. Ma il mio animo, amici carissimi, – lo voglio dire – non è il rimpianto né quello di chi si esercita in sprezzanti paragoni con il degrado della politica di oggi. Il mio sforzo (forse vano: non lo escludo affatto) è quello di pensare ancora.

Pensare la politica nell’Italia e nel mondo di oggi. Cosa davvero difficilissima. Non solo perché il mondo (come è sempre avvenuto) è cambiato, ma perché siamo di fronte a interrogativi davvero straordinari. Inediti. Sono tanti e ad essi nemmeno accenno. Ce ne è uno però che mi rende inquieto: è la questione del cambiamento. Il mondo è gravido di cambiamenti, ma come si può pensare il progresso, e quindi i destini delle persone e di una nazione, in astratto, senza un disegno politico credibile, senza un orizzonte storico concreto? Il progresso non è scritto nelle cose. Esso scaturisce solo da un conflitto vero, reale. Nasce dalla possibilità di far leva attraverso una lotta (anche aspra) su nuove contraddizioni, e così affermare nuove soggettività e nuovi bisogni. Insomma, se non mi date una leva come posso sollevare il mondo? Ma qual è oggi questa leva? Ecco il grande interrogativo che la scomparsa della sinistra ha reso molto pesante.

Leggo che quest’anno la somma dei debiti pubblici e privati del mondo è arrivata a 200 mila miliardi di dollari, circa tre volte il prodotto reale del pianeta Terra. Chi lo ripagherà questo debito? I pensionati? I produttori delle merci e dei beni reali?. E chi incasserà le immense rendite? I capitalisti? Ma chi sono i capitalisti? Le vecchie parole hanno perduto significato. Non c’è stata mai una potenza così grande come l’oligarchia finanziaria che governa il mondo. I conglomerati finanziari sono diventati così grandi che non possono più fallire. Ma non si tratta solo dell’economia.

Sono fermamente convinto, scrive lo storico Paolo Prodi, che ci troviamo di fronte a una svolta antropologica, in cui sono messe in gioco le coordinate millenarie della struttura culturale europea: l’eredità delle religioni della salvezza personale, come quella dei diritti uguali del cittadino di uno Stato democratico. Cioè tutte quelle idee per cui l’individuo esiste come uomo che può salvarsi o dannarsi per le sue libere azioni e che per esse, e solo per esse, può essere sottoposto a un giudizio personale. All’orizzonte – dice Prodi – c’è la nascita di un potere unificato dove il Sacro, la politica, l’economia e la morale fanno un tutt’uno, quasi una sorta di religione civile. Non una teoria, ma un pensiero unico che conosce solo il mutare delle dinastie: giacché sono i cosiddetti mercati che governano e prendono le grandi decisioni, i funzionari e i tecnici che le gestiscono imponendole come ineluttabili, i politici che vanno in televisione per tenere vivo il necessario simbolico.

Nelle megalopoli del nuovo millennio – aggiunge Prodi – il tempio, il palazzo del potere e il mercato sembrano di nuovo fondersi in un nuovo sistema confuciano, le cui leggi “oggettive” mandano in soffitta il principio del Beruf, della vocazione individuale dell’uomo. La civiltà dei consumi tende a unificare la terra non solo geograficamente ma anche con la costituzione di un’identità collettiva unica che può finalmente disfarsi dei costi e degli affanni della democrazia e dei diritti soggettivi.

Mi rendo conto che si tratta di un giudizio molto radicale e senza speranza. Ad esso però si può contrapporre la grande speranza che c’è nel celebre passo di Karl Polany, (la Grande Trasformazione) in cui si dice (cito) che “mai c’è stata un’illusione più stravagante di quella alla quale ci troviamo di fronte. Tutte le profezie degli oracoli e dell’astrologia, della cabala e della chiromanzia erano imprese moderate in confronto all’oscurantismo gigantesco che è insito nella credenza in una scienza che regola il futuro umano. Non c’è mai stata una superstizione tanto sconsiderata come quella che la storia dell’umanità sia determinata da leggi indipendenti dal volere e dall’agire dell’umanità. È sufficiente enunciare questa affermazione per sbalordire anche coloro il cui comportamento morale si fonda tacitamente su di essa”. Dunque: qual è la leva? È un nuovo umanesimo?

Cari amici, mi rendo conto: questi sono i pensieri di un uomo che al termine della sua vita non sta diventando più saggio, ma più radicale. Scusatemi. Dopotutto però il problema che pongo è il semplice tema della democrazia moderna, e quindi anche quello della capacità di delineare liberamente la sorte dell’Italia non delegando al ricettario della Troika di Bruxelles. Altra cosa è una società condivisa.

Pongo questo problema cruciale che già si affaccia in tutta Europa all’attenzione delle nuove generazioni. Ad esse dico solo una cosa: non illudetevi di trovare le risposte cliccando Google o Wikipedia. Lì troverete molte informazioni ma non la faticosa formazione di una nuova soggettività. Sono le vostre vite che dovete riprendervi. E bisogna ripartire dall’Italia. Ma sulla situazione politica italiana non voglio dire niente. Il presidente del consiglio occupa la scena e raccoglie un vasto consenso facendo leva sul fatto che senza grandi riforme l’Italia va verso un impoverimento e una decadenza storica. Ha ragione. Ma il disegno politico non è chiaro. Quali forze reali si stanno mettendo in movimento e su quali schieramenti sociali e strumenti di potere e di rappresentanza si sta facendo leva? Ma, soprattutto, con quale visione dell’unità nazionale?

Voglio chiudere su questo tema che poi è la sostanza del mio libro e della mia vita. Stiamo attenti perché siamo arrivati al punto che ormai è senza senso leggere le statistiche come media tra il Nord e il Mezzogiorno. Sta diventando troppo grande la distanza fra Milano e la Calabria. Due paesi. Di che Italia parliamo se la meglio gioventù meridionale non ha altra prospettiva che emigrare (e lo sta facendo)?. È un genocidio. Io sarò vecchio (anzi, lo sono) ma credo che sia questo il principale problema italiano. Altro che lo “spread”. Il silenzio di questi anni è un delitto che pagheremo.

Vi ringrazio ancora e ricambio i saluti e gli auguri. In particolare ringrazio l’Enciclopedia Treccani, i relatori, l’editore Carmine Donzelli e la mia vecchia e indefessa segretaria, Mara Paella.


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