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Le piazze di San Valentino: accanto al popolo greco

di il 24 febbraio 2015


Subito dopo l’esito delle elezioni in Grecia i mercati finanziari avevano assorbito quasi con nonchalance il cambio di governo che ne era seguito; la Borsa di Atene aveva oscillato, ma riuscendo sempre a riprendersi, fino a raggiungere rialzi da record; il terrorismo psicologico che aveva provocato un forte deflusso di capitali prima delle elezioni sembrava un’arma spuntata. Ma appena si è arrivati al dunque è scattato il ricatto della Bce. Eppure le richieste del nuovo governo greco erano più che ragionevoli.
Né Tsipras né Varoufakis chiedevano un taglio netto del debito, ma solamente modalità e tempi diversi per pagarlo senza continuare a distruggere l’economia e la società greca, come avevano fatto i loro predecessori. La loro richiesta di un “prestito ponte” che dia un poco di fiato alla Grecia è più che logica, tenendo conto anche delle plusvalenze – pari ad almeno 1,9 miliardi di euro – che l’Eurotower dovrebbe realizzare sui titoli greci che aveva acquistato nel momento peggiore della crisi.
Dichiarazioni e documenti di economisti a livello mondiale, compresi diversi premi Nobel, si rincorrono per dimostrare che le soluzioni proposte dal governo greco sono perfettamente applicabili, anzi le uniche efficaci se si vuole salvare l’Europa, che sarebbe trascinata nella voragine di un contagio dai confini imprevedibili se la Grecia dovesse fallire e uscire dall’euro. Perfino il pensiero mainstream – Financial Times in testa – si dimostra più che possibilista. Dall’altra parte dell’Oceano, Obama fa sapere che “le nazioni non possono essere spremute come limoni nel mezzo di una depressione”
Può darsi, come ha osservato anche Varoufakis, che la mossa di Draghi serva per evidenziare che la soluzione è politica e non tecnico-economica. Quindi ha buttato la palla nel campo dell’imminente Eurogruppo che si riunirà l’11 febbraio. Il guaio è che la politica europea attuale è ancora peggio della ragione economica. Basti leggere le dichiarazioni di un Renzi, sdraiato sul comunicato della Bce e pronto a spezzare nuovamente le reni alla Grecia, o quelle di uno Schulz o di un Gabriel. Non è la prima volta, d’altro canto, che la socialdemocrazia tedesca vota i “crediti di guerra”. L’analogia è troppo esagerata. Che spiegazione trovare per un simile accanimento contro un paese il cui Pil non supera il 2% e il cui debito il 3% di quelli complessivi dell’eurozona? La modestia di queste percentuali ci suggerisce che la questione non sta nella portata del debito sovrano ellenico. Ma altrove.
Infatti la partita si gioca su due fronti. Se passa la soluzione avanzata dal governo greco appare chiaro e dimostrato che non esiste un’unica strada per abbattere il debito. Anzi ce n’è una alternativa, concretamente praticabile, rispetto a quella del fiscal compact. Più efficace e assai meno devastante. Tale da puntare su un nuovo tipo di sviluppo che valorizzi il lavoro, l’ambiente e la società, come appare dal programma di Salonicco su cui Syriza ha costruito e vinto la sua campagna elettorale. Sarebbe una sconfitta storica per il neoliberismo europeo.
Il secondo motivo riguarda gli assetti politico istituzionali della Ue. Sappiamo che i greci hanno giustamente rifiutato l’intervento della Troika. Ma è pur vero che perfino Juncker ha dichiarato che quest’ultima ha fatto il suo tempo. C’è allora qualcosa di più importante in gioco che la sopravvivenza di questo o quell’organismo. Finora la Ue attraverso gli strumenti della sua governance a-democratica aveva messo il naso nelle politiche interne di ogni paese, in qualche caso dettandone per filo e per segno le scelte da fare. Così è accaduto nel caso italiano, con la famosa lettera della Bce del 5 agosto del 2011. Dove non era arrivato Berlusconi, avevano provveduto Monti, e ora Renzi, a finire i compiti a casa. Ma si trattava pur sempre di un intervento su governi amici, che si fondavano su maggioranze che avevano esplicitato la loro preventiva sottomissione alla Troika. In Grecia siamo di fronte al tentativo di impedire che la volontà popolare espressasi nelle elezioni in modo abbondante e inequivocabile possa trovare implementazione perché contraria alle attuali scelte della Ue. Qualcosa che si avvicina a un colpo di stato in bianco (per ora). I neonazisti di Alba Dorata avevano dichiarato che Syriza avrebbe fallito e dopo sarebbe toccato a loro governare. È questo che le mediocri classi dirigenti europee vogliono? Non sarebbe la prima volta.
Impediamoglielo. Non solo con gli strumenti propri delle sedi parlamentari per influire sul vertice dei capi di stato, quali interrogazioni e mozioni di indirizzo, ma soprattutto riempiendo le piazze, come succede ora in Grecia e come auspichiamo accada anche in Italia e nel resto d’Europa sia durante l’Eurogruppo dell’11 e del 12, che soprattutto sabato 14 febbraio. Un San Valentino di passione accanto al popolo greco.
(Intervento del 5 febbraio 2015)


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