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Le nostre idee per la Grecia e per l’Europa

di il 24 febbraio 2015
Relazione del mese


Dimitrios Papadimoulis è vicepresidente del Parlamento europeo

Prima di tutto, vorrei fare una breve presentazione del nostro partito. Syriza è una coalizione della sinistra radicale, che è stata inizialmente costituita nel 2004 come una partnership di partiti e organizzazioni greche di sinistra. Syriza è stata ufficialmente consolidata in un partito politico unito e omogeneo nel luglio 2013.

Il nostro contesto politico, sociale e culturale viene dalla tradizione storica della sinistra greca. Dal momento in cui è scoppiata la crisi greca però, la nostra presenza politica e il nostro potere hanno iniziato a crescere più velocemente, il nostro partito ha guadagnato il 27% dei voti nelle elezioni del 2012. La nostra base sociale è costituita principalmente di disoccupati e di giovani e di un numero considerevole di lavoratori, contadini e famiglie della classe media.

Il nostro principale obiettivo politico è quello di invertire la traiettoria economica e sociale della Grecia, che per quasi cinque anni è stata guidata dal Programma della Troika di dura austerità, senza tornare, peraltro, al precedente status pre-crisi.

La Grecia, dopo l’ingresso della zona euro, è riuscita a domare l’inflazione e al tempo stesso a ottenere tassi molto elevati di crescita del PIL, approfittando dei tassi di interesse molto bassi offerti dai mercati finanziari. Tuttavia, l’economia greca e lo Stato greco soffrivano di gravi carenze, croniche e strutturali.

Per molti anni, i mercati dei prodotti e dei servizi sono stati “prigionieri” di oligopoli privati, che hanno approfittato dei prezzi elevati, mentre il sistema fiscale greco è stato estremamente vicino a una serie di interessi specifici, con numerose “scappatoie” che hanno permesso alle grandi imprese nazionali e multinazionali di evitare milioni di imposte, o addirittura mettere in atto importanti evasioni fiscali.

Allo stesso tempo, lo Stato greco è stato caratterizzato da “clientelismo”, con le corporazioni oligarchiche e tre-quattro grandi multinazionali europee che hanno monopolizzato le procedure degli appalti pubblici.

Le finanze pubbliche, a causa delle inefficienze del sistema fiscale e del comportamento costantemente improntato alla ricerca di profitto delle società greche, erano costantemente in cattive condizioni, con il debito pubblico trasformatosi in un grave onere economico per la Grecia. Infine, la base produttiva dell’economia greca era estremamente influenzata da una propensione verso il “settore dei servizi”, senza alcun riferimento al settore primario e secondario.

A seguito dei problemi sopra citati dell’economia greca, il nostro governo ha ufficialmente chiesto, nel 2010, un “bail-out” all’Unione europea e al Fondo monetario internazionale, che ha portato alla firma del memorandum della Troika sulle politiche di austerità. Tuttavia, la Troika ha commesso un grave errore, presupponendo che la Grecia avesse un problema “di liquidità”, mentre il paese stava vivendo un problema “di solvibilità”.

Le dure misure di austerità che sono state imposte dalla Troika e attuate dal governo greco hanno prodotto la crisi economica più forte della storia. La Grecia ha “perso” il 25% del PIL, salari e redditi pensionistici sono stati ridotti “per decreto” di quasi il 30%, la disoccupazione è volata alle stelle, sino al 30%, con picchi del 60% per i giovani. Inoltre, il sistema bancario greco è crollato, a causa dell’haircut[1] dei titoli greci che aveva acquisito, così come per il deterioramento dell’economia reale e per l’incapacità delle famiglie e delle imprese di rimborsare i loro prestiti.

Un’altra parte del programma di salvataggio greco è stato il cosiddetto PSI (il coinvolgimento del settore privato) che avrebbe dovuto ridurre del 70%. il debito pubblico greco detenuto dal settore privato, Tuttavia, come sostengono oggi molti economisti, istituzioni accademiche e politici europei, l’obiettivo principale dell’accordo PSI era il salvataggio del traballante settore bancario europeo, soprattutto di quello francese e tedesco. In altre parole, come anche ex funzionari della Commissione hanno ammesso, i greci sono stati sacrificati perché fossero salvate le grandi – e politicamente potenti – banche europee.

Oggi, dopo cinque anni di attuazione delle misure di austerità della Troika, il debito pubblico greco è insostenibilmente alto, raggiungendo il 175% del – molto basso e da cinque anni ormai decrescente – PIL. Per rimborsare tale elevato debito pubblico, il programma della Troika esige da parte dello Stato greco avanzi primari del 4,5% del PIL ogni anno. Cioè, esige dall’economia greca un sacrificio del 4,5% del PIL per rimborsare un debito insostenibile, e allo stesso tempo, evitare di prendere le adeguate decisioni favorevoli alla crescita, in termini di finanziamento.

Come tutti possono capire, la prosecuzione del programma di austerità della Troika, non è una valida opzione per la Grecia, e – a nostro avviso – per l’Europa nel suo complesso.

Per questo motivo Syriza chiede più tempo all’Unione europea e a istituzioni quali la BCE e il FMI, per sviluppare e introdurre un nuovo piano di riforme economiche e politiche, fiscalmente neutro e per una crescita sostenibile.

In secondo luogo, riteniamo che il tempo della Troika come istituzione, e dell’austerità come un dogma economico e politico, sia passato. Il Parlamento europeo, la Corte di giustizia europea e numerosi rapporti in materia di diritti fondamentali dell’Unione europea, hanno concluso che la Troika è “fuori dall’ambito delle leggi e dei trattati europei e internazionali”. Allo stesso modo, molti economisti, politici e accademici, sostengono che l’austerità sia la risposta sbagliata alla crisi economica e al debito nella zona euro.

In terzo luogo, crediamo fermamente che l’economia greca abbia bisogno di riforme strutturali radicali: del sistema fiscale e giudiziario, del settore bancario, dei mercati dei prodotti e dei servizi e dele imprese pubbliche. Più in dettaglio:

a)      vogliamo cambiare il nostro sistema fiscale, per far pagare di più i ricchi e meno i poveri e allo stesso tempo garantire l’efficacia delle procedure di gettito fiscale e sanzionare ogni tentativo di evasione o elusione fiscale;

b)      vogliamo un sistema giudiziario più efficiente, che si occupi degli scandali economici e amministrativi in modo rapido e con fermezza;

c)       vogliamo introdurre procedure d’appalto giuste, economiche e al contempo competitive, che non garantiscano agli oligarchi greci e a “interessi particolari” privati una “sovvenzione permanente”;

d)      abbiamo bisogno di mercati dei prodotti e dei servizi, nei quali gli oligopoli dell’olio, della distribuzione alimentare, delle telecomunicazioni, dell’industria del latte o del trasporto e altre non esercitino più in sistema di monopolio;

e)      dobbiamo rafforzare il nostro sistema bancario e affrontare il problema pan-europeo dei crediti dalla riscossione incerta, sotto l’egida istituzionale dell’Unione Bancaria e la collaborazione della BCE;

In quarto luogo, vogliamo introdurre un piano economico che garantisca maggiori investimenti, sia pubblici che privati, più posti di lavoro e una maggiore crescita. Questo piano economico non implica un maggiore deficit. Al contrario, riteniamo che una riduzione degli avanzi primari, dal 4,5% all’ 1% del PIL ogni anno, potrebbe produrre, in media, 6-8 miliardi di euro annuali. Denaro che dovrebbe essere utilizzato per i crediti d’imposta e gli investimenti. Allo stesso modo riteniamo che un migliore utilizzo dei fondi comunitari, il cosiddetto piano Juncker, e gli effetti positivi dell’allentamento monetario sui mercati finanziari e del credito, sia nell’ Euro-Area sia in Grecia, darà un’altra spinta alla crescita dell’economia greca.

Infine, cogliamo l’occasione per introdurre nell’agenda politica dell’Unione europea l’enorme problema del debito pubblico. Non importa quale teoria politica o economica seguiamo, è ovvio che il debito greco non sia sostenibile ed è necessario un qualche tipo di accordo. In un’intervista al Financial Times, il ministro delle Finanze greco ha proposto una soluzione molto semplice per il problema del debito greco, senza alcuna perdita per i contribuenti europei o dei rispettivi piani di bilancio dei membri dell’Eurozona.

Noi crediamo che l’Unione europea potrà finalmente trovare la sua via d’uscita dalla crisi, con un accordo reciprocamente vantaggioso per la Grecia e al tempo stesso una nuova visione per una crescita favorevole e sostenibile e un’Eurozona stabile.

[1] Lo sconto rispetto al valore di un’attività reale o finanziaria, data in garanzia (➔ garanzie), richiesto dal creditore a protezione del rischio di una minusvalenza dell’attività stessa. Il creditore che dovesse subentrare nel possesso in caso di inadempienza del debitore potrebbe così evitare di subire una perdita in conto capitale. L’uso di h. è diffuso in particolare nelle operazioni pronti contro termine (➔ pronti contro termine, operazioni di), sia tra privati sia tra banche centrali e banche commerciali. La BCE, per es., determina quale sia l’h., in relazione al rating di un titolo (➔ rating), quando deve stabilire l’ammontare dei finanziamenti erogabili a una banca commerciale: se l’h. è del 10%, il finanziamento a fronte di un titolo con un valore di mercato di 100 è pari a 90. Modifiche nell’h. sono un fattore cruciale nella propagazione delle crisi finanziarie. Se i creditori ne richiedono un aumento, per es. per un peggioramento del rating del titolo in garanzia, il prenditore di fondi deve mettere a disposizione più titoli, riducendone l’uso per scopi alternativi, oppure contrarre il debito apportando maggiore capitale proprio, riducendo così la leva finanziaria (➔ leva). La carenza di liquidità in una situazione di crisi, che acuisce le asimmetrie informative, può innescare una spirale di richieste di aumenti dell’h. via via che il prezzo di mercato del titolo cade.


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