La via d’uscita concordata non esiste: serve un’altra analisi

di il 19 ottobre 2015


Non si può dar torto a chi attribuisce alle modalità di funzionamento e costruzione della moneta unica gran parte delle difficoltà dell’economia italiana. Non era scritto da nessuna parte che quella costruzione dovesse coincidere con un regime di austerità generalizzata e privo del governo centralizzato della domanda, ma di fatto questo si sta rivelando immodificabile. In quel regime finiscono per differenziarsi le prestazioni dei paesi più forti e di quelli più deboli (più indebitati) e a questi ultimi è di fatto richiesto di tenere il passo con svalutazioni interne dei salari e interventi collaterali di incremento della produttività, che l’ortodossia dei convincimenti economici (e dei comportamenti finanziari conseguenti) vuole che siano demandate a politiche neo liberiste di flessibilizzazione del mercato del lavoro, affidamento ai privati di cespiti pubblici e logiche privatistiche dentro la P.A.. Nei percorsi più travagliati ciascun paese è con sé stesso: pensare a una qualche forma di stato federale – da un’Unione dei trasferimenti a schemi di mutualizzazione parziale dei debiti pubblici – è pura utopia. L’Unione non sarà mai simile a uno Stato federale, ma rimarrà intergovernativa, per giunta dominata da diffidenza reciproca e da una preminenza delle concezioni tedesche. 
Ripeto, questo è il quadro di partenza, a cui non sarebbe difficile aggiungere un + 1. 
Poi il ragionamento prosegue in modo non analitico. Se tutto ciò ha a che vedere con l’euro – corrono le deduzioni di molti – occorre uscire dalla moneta unica riconquistando la nostra padronanza nella gestione del cambio, che ci consenta, attraverso variazioni del suo valore, di riequilibrare ogni eventuale differenza di prestazione con le economie più forti e uscire dalla stretta dell’austerità (a dominio tedesco) attraverso politiche monetarie e fiscali ridivenute autonome. La missione della sinistra è difendere il lavoro e questo non è possibile senza la riconquista di una autonomia di azione. D’altra parte, la vicendadella Grecia dimostra che il binomio “dentro l’euro, ma fuori dell’austerità” non è possibile. Quel tentativo generoso ha perso inesorabilmente.
   Arrivare a conclusioni drastiche e impegnative attraverso un ragionamento sillogico o deduttivistico (“se lì sta il male va estirpato”) può soddisfare chi non è economista, non chi lo è. A quella conclusione occorrerebbe arrivare non così (sembra che tanti più elementi negativi si portino all’osservazione – a partire addirittura dal momento in cui la decisione fu presa – tanto più emerga ovvia la conclusione), ma attraverso una analisi sequenziale che parta dall’uscita dall’euro e segua in successione la dinamica successiva degli eventi, uno a uno. Perché il ragionamento dei fautori dell’uscita dall’euro ha implicita la presunzione che la via “fuori dall’euro e fuori dall’austerità” esista. Mettiamo, per un attimo, che abbiano fondamento le argomentazioni di coloro che affermano che tutto ciò che succederebbe a un evento del genere è un disastro epocale per il Paese che esce dall’euro e che questo si troverebbe in condizioni tali da subire una pressione sulla sua politica economica di gran lunga superiore a quella esercitata dai meccanismi dell’euro; che abbia fondamento che il paese abbia un collasso e, impoverito, si ritrovi con disoccupazione di massa e con pochi strumenti per fronteggiarla; che la possibilità di ripresa richieda almeno un decennio di sofferenza, ma soprattutto, che le conseguenze mondiali siano tali da produrre su scala planetaria un effetto che decuplica quello della Lemhan. Se tutto ciò ha un fondamento l’alternativa “fuori dall’euro, fuori dall’austerità” non esiste. E quindi occorrerebbe che i fautori dell’uscita dall’euro smontassero pezzo a pezzo questo tipo di analisi, entrando anche loro nel dettaglio delle sequenze implicite. E dovrebbero dimostrare – anche qui smentendo l’analisi alternativa – che le misure di economia di guerra che andrebbero prese in concomitanza funzionerebbero e sarebbero sufficienti a tamponare le conseguenze sequenziali possibili dell’evento che loro auspicano. Solo così la scelta politica verrebbe rimessa sul piano analitico e vi sarebbe materia per una discussione documentata e seria. Dedurre dai danni dell’euro l’auspicabilità dell’uscita dall’euro è banale (se estirpare il male uccidesse il paziente?). Non sta lì il punto. Se il binomio “niente euro – niente austerità” non esistesse staremmo teorizzando nel vuoto.
  Se si entra nel merito occorre partire dal terzo mercato di obbligazioni pubbliche del mondo (con un’analisi di stock, prima che di flusso) e poi passare alle ripercussioni sul settore reale. Una deflazione patrimoniale, afferma anche la BIS, è diversa da una deflazione classica. Rispondere alla domanda: con o senza haircut? Con quali presumibili conseguenze sui tassi di interesse, studiandone gli effetti (stock e flusso) settore per settore, e chiedendosi se un quantitative easing nostrano funzionerebbe, ecc.
     E non sarebbe male porsi alcune domande. Perché Tsipras, dopo aver stravinto il referendum su una linea anti-austerità cede e accetta un programma che è poco discosto da quello che era stato imposto ai suoi predecessori? Personalmente penso che sia sbagliato cercare la risposta nel cedimento soggettivo, nell’opportunismo, nell’impreparazione o quant’altro. Penso piuttosto che Tsipras avesse bluffato fidando sulla paura delle conseguenze di un Grexit sui suoi creditori, ma che di fatto avesse una pistola ad acqua, perché, per quanto quell’evento fosse disastroso più di quanto l’ottusità dei governanti europei riuscisse a concepire, a lui mancava una vero contro-ricatto, l’exit. Le conseguenze sulla Grecia sarebbero state ben più catastrofiche e immediate. L’alternativa era uscire dall’euro e dichiarare default. Ve lo immaginate con tutte le banche fallite e necessariamente chiuse a tempo indefinito (i 15 giorni che lo sono state hanno comportato un danno enorme per l’economia greca), l’economia letteralmente bloccata, le finanze pubbliche incapaci di pagare gli stipendi, pur con il finanziamento monetario della Banca Centrale, disoccupazione ancora più consistente di quella provocata dall’austerità irresponsabile della U.E, inflazione alle stelle e impoverimento conseguente della popolazione (ceti più deboli in testa), aiuti e protezione dall’esterno nulli, se non aiuti umanitari? La possibilità di non pagare più interessi né il principale del debito, conseguenti al default, sarebbe stata una scarsa consolazione se poi un cordone sanitario della finanza si fosse stretto comunque al collo della Grecia con intenti punitivi e se mille dispute fossero state intentate in tribunali internazionali, mentre nessun bene tangibile sarebbe stato opportuno uscisse dalla Grecia (navi, arei, ecc.) per non rischiare di non far ritorno, in quanto sequestrato.Tsipras deve essersi chiesto se doveva governare su tutto questo.
   E poi, bisogna chiedersi: perché Obama si è tanto speso nel raccomandare una soluzione col salvataggio greco? Per ragioni umanitarie? per calcolo politico o geopolitico? O non piuttosto perché conscio di quale valanga mondiale potesse provocare la palla di neve greca, andando a minacciare la ripresa dell’economia americana (fragile, come tutti gli episodi di crescita in questo momento). Perché si è spesa la Cina? Ragioni umanitarie o politiche? Non credo. Sono paesi con più visione sistemica dei miopi paesi europei. Persino la Russia a me è sembrata non tifare per il Grexit. Perché?
  Beninteso, se potessi essere smentito sul terreno analitico da risposte convincenti non me ne dorrei affatto. Al contrario.
     Mi rimarrebbe comunque un dubbio, questa volta politico, non analitico, che certamente non attanaglia i miei interlocutori. Il dubbio su quanto si addica alla sinistra una visione delle “piccole patrie”, che è riduttiva rispetto alla posta in gioco di riappropriarsi effettivamente della forza dello Stato nell’unica dimensione in cui sia possibile esercitare un’autorità pari alla natura dei problemi, che sono spesso globali. Solo grandi stati della dimensione continentale possono oggi godere di una relativa autonomia nelle decisioni e pesare nel consesso mondiale. Va poi detto che una politica di svalutazione competitiva non è mai una politica internazionalista.
    L’evolversi delle cose sta facendo uscire dal profondo della dannazione in cui erano state cacciate le idee di Stato, di Regole di Eguaglianza. A me sembra che oggi sia produttivo capitalizzare su questo ritorno nella coscienza collettiva (incerto e vago, ma reale) per battersi su un piano programmatico per uno Stato che ritrovi le caratteristiche di economia mista a cui i socialdemocratici hanno dato un’impronta all’inizio del dopoguerra, e che oggi ha bisogno di un livello sovranazionale di poteri pubblici per garantire l’efficacia di una politica sociale, dell’intervento discrezionale nella sfera produttiva e industriale, per il mantenimento di una spinta della domanda che possa riavvicinare il traguardo della piena occupazione, per por fine alla concorrenza fiscale e riconquistare una sovranità in questo campo che consenta di avviare regole mondiali per il capitalismo dei nostri giorni, per stabilire regole di condotta del capitalismo che siano rispettose della socialità dei processi produttivi, del territorio e del risparmio e non aggirabili; non ultimo, rispettose del mondo nella sua interezza. Un prospettiva in grande, forse esaltante. Il fatto che prima ancora di aver elaborato alcunché (ma proprio alcunché) su questi piani e stanato gli altri partiti socialisti si arrivi a invocare la “piccola patria” (insignificante e perdente nello scacchiere mondiale) a me sembra una tale abdicazione dalla politica, che è sempre lotta per la trasformazione dell’esistente in un ordine più avanzato, da farmi rimanere perplesso. È troppo presto per dichiarare di non volerla percorrere. Mi sembra che il vecchio tarlo del massimalismo ritorni in altra forma.
     Tutto ciò, dato lo stato del socialismo europeo e della forza dei governi conservatori può sembrare velleitario. Ma attinge, tuttavia, alla politica (con la P), e tiene in gioco la visione, la capacità elaborativa, la voglia di spendersi. Per quanto velleitario, è di gran lunga meno velleitario e utopico del prefigurare un’uscita dall’euro concordata con gli altri paesi. Ci si rende conto di cosa si sta parlando, o quel “concordata” è buttato lì per addolcire la pillola? Anche qui un po’ di analisi sequenziale non guasta. Ovviamente, per poter arrivare a quel risultato occorre che esso sia prima stato agitato e rivendicato da qualche paese e discusso poi in comitati tecnici e politici che studino il modo di dirimere le questioni attuative e rivendicative. Se a tirare fosse un governo (e non l’agitazione di raggruppamenti populisti) qualcuno pensa che i mercati finanziari starebbero buoni ad attendere l’esito, o comincerebbero ad agitarsi con fughe di capitale dai paesi più deboli e tassi di interesse via via crescenti, che scontano una possibile insostenibilità di debiti pubblici di molti paesi lasciati a sé stessi? Il sentore di una rottura dell’euro pervaderebbe il mercato prima dell’evento e chi può proteggersi lo farebbe, ritirando ciò che aveva investito in Italia o nei paesi più deboli. L’uscita concordata avverrebbe sotto una convulsione parossistica di ricerca del safe haven, di cui non saranno certo protagonisti solo i non residenti, ma anche i residenti presi dal panico che circonda la vicinanza presunta dell’evento. La slavina diventa man mano una valanga, alla quale qualcuno deve por rimedio come controparte nel mercato secondario o primario (la Bce, se lo ha ritenuto opportuno, o la Banca d’Italia, in una forma o in un’altra, o altri privati che abbiano fatto la scelta contrarian). Oppure chiudendo le banche. Il tutto con tassi di interesse in fortissima tensione e la borsa in pesante caduta, che costituiscono un punto di partenza per il lieto evento tutt’altro che rassicurante e propizio per il futuro. È ovvio che vadano rafforzate misure di protezione, ma si ha presente la scala? Il mercato si chiederà (anche se non è la sua principale preoccupazione, perché quella è rivolta alle conseguenze mondiali) se l’Italia (o la Spagna o la Grecia o Cipro, ecc.) potranno resistere sulle loro gambe con la sola disponibilità del cambio e senza la protezione (per quanto poco lungimirante) dell’Unione. Per favore non tiriamo in ballo surplus primario o di conto corrente e quant’altro perché la situazione va vista dinamicamente, non staticamente. Quello che è necessario allora non è una uscita concordata, ma una soluzione cooperativa della disgregazione, che metta l’Italia in condizioni di trarre credito indefinitamente e di ricevere trasferimenti quando necessario sotto forma di acquisto da parte di istituzioni estere dei suoi titoli pubblici a prezzo maggiorato e del loro mantenimento in cassaforte o della loro conversione in titoli a lunghissima scadenza o altro. E tutto ciò non basterebbe in caso di interruzione della sua fragile ripresa e di gran subbuglio mondiale, che scompiglia le carte in tavola dell’economia internazionale. Ma, se esiste questa lungimiranza e disponibilità delle istituzioni europee, perché non usarla per far funzionare l’euro? Non si può tuonare contro la retorica dell’Unione politica e poi agitare (come slogan) posizioni di un irrealismo evidente formulate senza farci conoscere i modi in cui l’obiettivo può essere realizzato. Partendo, come al solito dalla domanda: con o senza haircut? Siamo sicuri che avverrebbe in un quadro favorevole alla sinistra e senza pericoli per la democrazia formale?
   Purtroppo non ci sono le scorciatoie del cambio oggi affinché il singolo Stato (indebitato) riacquisti isolatamente una presa sulle leve che gli consentano di riproporre una prospettiva di impostazione socialdemocratica. Quello Stato (medio e indebitato, che è categoria diversa dallo Stato tout court) sarebbe ancora più vincolato di quante è oggi nelle direzioni di politica di cui vorrebbe riappropriarsi a causa degli esiti che conseguirebbero a politiche di emergenza. Il “piano B”, se dovesse verificarsi (anche per eventi spontanei e non per scelta) è un dolorosissimo evento che costa enormemente sul piano produttivo e sociale e da cui forse può trarre vantaggio una generazione successiva a quella che lo attua (o lo subisce). Meglio che invocarlo o provocarlo è spendersi a immaginare e elaborare una via di sinistra all’uscita dalla crisi (nazionale e europea). 
  Il destino della socialdemocrazia è legato a doppio filo a quello dell’Europa: l’inevitabile declino di un’Europa non governata, divisa, e paralizzata nelle sue scelte e decisioni (oppure, governata asfitticamente da spettri del passato) – o peggio ancora, che deflagra – svuoterebbe e forse travolgerebbe il ruolo politico della stessa socialdemocrazia. E’ ciò di cui molti partiti socialdemocratici, privi ormai di visione sistemica e inclini al nazionalismo economico, non sembrano rendersi conto, ma chi se ne rende conto deve combattere, non ritirarsi sull’Aventino dei Grillo e dei Salvini (con il distinguo – che è meglio dimenticare – del “concordata”).