La sinistra al tempo della tecnica

di il 9 ottobre 2015


Partiamo dalla sconfitta della sinistra, in Italia e in Europa. Nella speranza di coglierne le diverse ragioni. A noi interessa soprattutto la sconfitta culturale, ideologica, che fra tutte è la peggiore perché mina le prospettive, chiude il quadro. La cultura fa epoca, l’ideologia è la cornice di ogni progetto. Non è vero, dunque, che siano finite le ideologie: senza di esse non esisterebbe progetto e non saremmo in grado di presentare e ‘anticipare’ alcunché, cercando attorno a queste scelte il consenso. Diciamo che nel deserto delle ideologie, nel velo funebre che sembra aver bruciato ogni competizione culturale, una in particolare sembra sopravvivere, anzi trionfare su tutte le altre, ed è la tecnica. Non confondiamola con la tecnologia, che è solo la base materiale e produttiva su cui la tecnica stessa ha posto radici e si è insediata. Un I-phone, in sé, non sposta nulla a favore di nulla. Così la rete. Ma entrambi sono il fondamento di una grande e massiccia operazione culturale, per la quale tutto ciò che è ‘politica’ (dibattito pubblico, partecipazione, rappresentanza, opinione pubblica, in breve democrazia) è superato e deve essere rigettato. In nome di un agire pragmatico, risolutore, orientato ad affrontare i problemi con ‘competenza’ e abilità, innescando la ricerca della soluzione possibile, l’unica tecnicamente efficace, quella che fa davvero quadrare il cerchio, non altre. La democrazia, le istituzioni rappresentative, diventano perciò zavorre che affonderebbero sotto il peso di opinioni discordi, capziose, formalistiche, che rallentano l’iter, appesantiscono le procedure, producono ‘burocrazia’, lentezza: la famosa ‘palude’. La tecnica esalta invece quello ‘bravo’, il tecnico appunto, quello fuori dalle ‘parti’, il non partigiano capace di scovare la soluzione senza essere ‘condizionato’ dalla politica. La tecnica ne esalta la ‘obiettività’, il possesso pieno dei mezzi ‘risolutori’ contro la sciocca insipienza della politica. Il tecnico non si perde nei vicoli stretti, impervi della democrazia e della ‘politica’, ma segue gagliardo la main street e punta a conseguire con risolutezza l’obiettivo, proprio perché non appare zavorrato dalla partigianeria e dall’essere di parte. La tecnica, questa ultima ideologia, è perciò la vera nemica della politica e, quindi, della sinistra che promuove, invece, partecipazione democratica e concerto delle opinioni.
La tecnica è finanza, comunicazione, dispositivi. È la promozione degli apparati invece che degli uomini in carne e ossa. È la riduzione a ‘numeri’ della vita umana. È l’idea che le cose (merci, beni, oggetti tecnologici) siano più importanti delle persone. È il vero riflesso culturale della prassi neoliberista, e riassume in sé appieno quella ideologia, la completa, la fa culminare, la rende perfetta. Se l’ideologia liberista, la sua narrazione, racconta un mondo di donne e uomini sottoposte crudamente agli appetiti dell’economia, la tecnica appare, invece, con un volto più umano, perché nasconde lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e ‘narra’ la sola patina di efficienza, i soli apparati, i dispositivi, gli oggetti tecnologici più avanzati. Antepone la lucentezza delle cose alla sofferenza dell’umano, e diviene accettabile così anche per gli ’ultimi’, anzi soprattutto per loro, per chi ne resta di più ‘incantato’. Immaginiamo la potenza della comunicazione, il suo proporsi come dispositivo con capacità risolutive ben più efficaci di una lunga discussione, di una faticosa mediazione, di un dibattito, di uno sforzo partecipativo. Ecco questa ‘sirena’ ha conquistato il ceto politico, sinistra compresa, che motiva ormai le proprie scelte anteponendo i congegni comunicativi alle libere opinioni, il miracolo di una narrazione efficace alle faticose traversate nel deserto. La tecnica s’è mangiata la politica, se l’è divorata. Anzi: la ‘logica’ della tecnica (e dunque della comunicazione) ha preso possesso della logica politica, si è sostituita a essa. E a resistere a questa chiamata oggi si fa sempre più fatica. È come se un’intera umanità fosse prigioniera di congegni e dispositivi, come se i numerini della finanza e dell’economia avessero scalzato del tutto il pathos della lotta politica. Piccola politica, per di più, quella che oggi sale al proscenio. Cifre, percentuali, linee di tendenza, digitalizzazioni, tabelle, scansioni: la politica oggi ‘narra’ storie di marca pubblicitaria ma sottintende a esse il peso e il vaglio di una miriade di dati che affluiscono sui display di chi tira le fila. Non sono i ‘numeri’ il problema, né i congegni, né la tecnologia materiale, ma il potere che hanno e l’ideologia che li esalta, ovviamente, e li rende un pezzo rilevante dell’egemonia dominante.
Quando si dice che Renzi (e prima di lui Berlusconi) ‘sanno comunicare bene’, è come se si dicesse che hanno venduto la loro anima alla tecnica e alla comunicazione, affidando il destino politico a questi congegni e ai comunicatori che li manovrano. È ovvio che la politica è sin dalle origini linguaggio, espressione, tecnologie di comunicazione, agonismo legato a dialoghi e dibattiti. Ma qui siamo ancora alla strumentalità del mezzo. Oggi i comunicatori si siedono al tavolo con dirigenti e candidati politici, fissano i paletti, suggeriscono la linea da seguire, spiegano che la distinzione destra-sinistra (per la tecnica) non esiste più, si tratta al massimo di ‘posizionamento’ sul mercato, come per i vecchi formaggini o per le lavatrici. Certo, gli uomini politici accorti, che ancora tengono alla loro autonomia, ribattono a queste pretese anche per questioni di dignità, se la parola ha ancora un senso. Ma nella massima parte dei casi, ci si affida alle agenzie (oppure, in altri campi, all’esperto di marketing, di finanza o al sondaggista). E le agenzie svariano da un fronte politico all’altro, veri e propri intellettuali ‘disorganici’ del neoliberismo trionfante. Senza appartenenza alcuna se non quella al fronte egemone. La ‘logica’ tecnica trionfa: la politica ha ceduto autonomia, si è posta alle dipendenze di questi agenti dello status quo, di questi nuovi chierici. I quali nemmeno hanno necessità di ‘schierarsi’, basta loro seguire i protocolli tecnici e le regole del mestiere per assumere il controllo della situazione dinanzi a una classe politica delegittimata e spaesata. Renzi è il politico che più di altri in Italia si è affidato alla comunicazione, facendone un’arma micidiale. Ma più di altri, ben più di Berlusconi, ha applicato l’ideologia della tecnica alle cose della politica, neutralizzando o tentando di neutralizzare le procedure istituzionali (a partire dal Parlamento), la loro presunta ‘zavorra’, criticando la ‘palude’, identificandola tout court con la democrazia rappresentativa e le sue procedure. “Alla fine si deve votare” è l’estrema considerazione che non indica soltanto la necessità che il dibattito sfoci in una decisione, no. Specifica, se non fosse chiaro, che contano solo i numeri, gli schieramenti, i rapporti di forza puri, i tempi ridottissimi del si-no, e non la chimica della democrazia, il suo essere conflitto reale, di donne e uomini, che (almeno all’interno del proprio stesso schieramento politico!) dovrebbero infine tentare un punto alto di mediazione. La tecnica è digitale, uno-due, on-off, non ammette soluzioni intermedie, umane, troppo umane. Implica il salto, lo ‘scatto’, trasforma la democrazia in un ‘votificio’ nello stesso istante in cui accusa gli altri di voler votare ‘troppo’ (Renzi e la sua metafora del ‘Telegatto’, per dire).
Che fare? Resistere, in primo luogo, a questo dilagare della tecnica. Non è vero che essa sia un fatal destino, è semplicemente un’ideologia al servizio delle classi al potere, e dunque storicamente superabile. Resistere e frenare, almeno agli inizi. E poi riproporre la logica della politica, della democrazia, che è la stessa logica della sinistra occidentale: la partecipazione, la rappresentanza, la forza delle istituzioni democratiche, la riduzione dei dispositivi a mezzi, il conflitto e poi la mediazione, lo schierarsi, lo scontro delle opinioni, la partigianeria, la differenza, l’umanità degli ’ultimi’. La tecnica, la sua ideologia, è la peggior nemica di chi voglia diffondere consapevolezza democratica e partecipazione. Nemmeno la vecchia propaganda giungeva a tale ‘trionfo’. Oggi il destino della politica, e dunque di milioni di persone, dipende quasi unicamente dalla sapienza nel fare annunci e nel calibrare le strategie di comunicazione, dalla percezione che si ha delle cose, dall’abilità a disorientare, distrarre, dall’uso tecnicamente efficace delle regole della narrazione, dalla ‘qualità’ di quest’ultima, dal ‘raccontare storie’, appunto, che è sinonimo di ‘dire menzogne’. Più in generale si tratta di liberarsi, davvero, dai lacci e laccioli delle ideologie che raccontano un mondo diverso da quel che è. Che appiattiscono le opinioni a una, che presentano la partigianeria e gli schieramenti come ‘male’ e, dopo aver fatto cruentissime battaglie ‘comunicative’, sono comunque pronti ad ammassarsi in larghe intese istituzionali. La tecnica tende a ‘unificare’ nel modo peggiore: ‘ammassa’ appunto, mostra soluzioni uniche, neutrali, oggettive ai problemi, pensa i dibattiti come chiacchiera, i contraddittori come trappole, le interpretazioni come diaboliche, irrealistiche, paludose. La sinistra recuperi questo senso del ‘conflitto’ che sembra ovattato dal caos mediatico. Rimetta al centro le donne e gli uomini, non i beni inanimati e le merci. Ci restituisca i partiti, quelli veri, e rimetta al centro le istituzioni. Tolga di mezzo la plastica che ha avvolto le nostre coscienze, ci restituisca al conflitto politico e alla partecipazione. La mia è solo un’indicazione di lavoro, ovvio. Perché un cellulare è uno strumento, non un idolo. La logica della tecnologia è roba da ingegneri e periti, non da uomini politici. A cui spetta invece dare voce agli ultimi, rappresentarne i problemi, puntare a modificare gli assetti di potere armati di un progetto e di proposte specifiche, non pendere dalle labbra di un comunicatore tal quale. Altrimenti cadremo vittime di un paradosso, che avrà poco a che fare con la democrazia: eleggeremo un certo candidato ma in effetti sarà un altro a governare, quello che era apparso poco ‘comunicativo’, e dunque ineleggibile. Avverrà, o forse questo scambio, questo tragico sdoppiamento è già avvenuto.