cadutamuro

Il sogno infranto di una generazione

di il 24 febbraio 2015


Vorrei avere la spensieratezza dei vent’anni, vorrei essere assai più ingenuo e ottimista di quanto non riesca ad essere di questi tempi ma non ce la faccio. Non riesco a non pormi interrogativi angoscianti sul futuro della nostra generazione: innanzitutto, se saremo all’altezza delle complicatissime sfide che questa dirompente modernità ci pone davanti; in secondo luogo, se avremo gli strumenti culturali e di pensiero per affrontarle; infine, se i poteri soverchianti che vediamo costantemente all’opera nell’ombra delle nostre società ci lasceranno davvero scrivere una nuova pagina di storia della quale essere protagonisti.
Vorrei poter credere, come facevo da bambino, che l’Europa sia il sogno e il privilegio di una generazione; vorrei avere ancora negli occhi la meraviglia di quegli anni, quando l’euro ci sembrava una magia e i confini sembravano non avere più alcun senso. Vorrei tornare allo stupore di quando ascoltavo i nonni che mi parlavano di lager e fili spinati, della loro generazione che non ha conosciuto la bellezza dei vent’anni, dei tanti loro amici che si sono persi fra i ghiacci della steppa russa o nei campi di concentramento o sul fronte greco-albanese o chissà dove e sono andati a far numero nel conteggio straziante di una generazione decimata. Vorrei prendere in mano il vecchio atlante che consultavo da bambino e chiedere ancora a mia madre per quale motivo siano indicate due Germanie, cosa voglia dire URSS, che cosa sia il mondo diviso in blocchi, ma non ci riesco più.
Ora che tutti quei concetti sono ben chiari nella mia mente, ora che è finita l’età dello stupore e della meraviglia, mi ritrovo all’ingresso della vita con mille incertezze ed altrettanti dubbi, cosciente di essere non solo un figlio della Grande crisi ma anche un superstite di una generazione che, purtroppo, s’è perduta o rischia di perdersi.
Da bambini, alle elementari, ci raccontavano storie meravigliose, si lasciavano immaginare un futuro di pace, sicurezza, stabilità e quasi si rammaricavano, quegli adulti, di dover assistere al nostro trionfo da lontano e con un pizzico di invidia; ci dicevano che avremmo conosciuto il mondo e visitato ogni suo angolo senza problemi, che saremmo stati i figli di internet e della globalizzazione, che avremmo avuto opportunità di cui nessun altro aveva mai goduto prima e che nessun minuto della nostra esistenza andava, dunque, sprecato ma, al contrario, che avremmo dovuto investire tutte le nostre capacità e il nostro talento per costruire un mondo che non s’era mai visto prima e che avrebbe imboccato il sentiero della felicità e del benessere per tutti.
E noi, in quegli anni a cavallo tra i millenni, mentre gli anziani vergavano ricordi commossi del secolo che stava finendo, ci abbiamo creduto davvero.
Poi, però, l’abbiamo conosciuta da vicino questa “modernità lastricata d’oro” che ci era stata descritta e preconizzata senza indugi: abbiamo visto Carlo Giuliani morire a Genova e decine di ragazzi massacrati alla “Diaz” mentre stavano per andare a letto; abbiamo visto tre aerei infrangere per sempre le certezze degli Stati Uniti; abbiamo visto il terrorismo sbarcare in Europa e colpire prima Madrid, poi Londra e recentemente Parigi; abbiamo visto i dipendenti della “Lehman Brothers” uscire con gli scatoloni in mano per il fallimento della società e abbiamo visto la crisi squassare le nostre città, i nostri quartieri, le nostre vite quotidiane, mentre tutto si perdeva e ogni certezza sembrava persino ridicola. Ma, soprattutto, abbiamo visto i nostri coetanei arrendersi e fuggire o entrare nella spirale dell’assenza, della nullità, dell’abbandono di ogni speranza e prospettiva, fino a divenire corpi estranei della società, fino a ridursi all’autoesclusione, all’irrilevanza, al vuoto, alla mancanza di cultura e di lavoro, fino ad accettare condizioni di schiavitù e di sfruttamento, fino a smettere di credere, a vent’anni, che possa esistere comunque un domani o che qualcuno di noi possa esserne protagonista. E abbiamo visto i nostri genitori licenziati, le loro aziende fallite, e qualcuno di loro non ha retto e un giorno ha deciso di farla finita e tutto è crollato e un’intera famiglia si è ritrovata, all’improvviso, a dover fare i conti con una disperazione che nessun articolo può raccontare o comprendere davvero.
Abbiamo visto la nostra politica dissolversi e riempirsi di faccendieri, mestatori e semplici sguatteri al servizio del padrone di turno; abbiamo visto la socialdemocrazia europea deperire e spegnersi, e ci siamo resi conto, con dolore, che tutte le illusioni che ci avevano raccontato altro non erano che un colossale inganno fondato sull’espulsione dell’uomo dal centro della comunità, sull’annullamento del concetto stesso di comunità, sulla paura del prossimo, sull’individualismo sfrenato, sulla devastazione dei corpi intermedi e dei princìpi costituzionali, sulla stesura di nuove costituzioni di fatto in cui il faro non è più lo sviluppo armonico della società ma l’arricchimento dei pochi a scapito dei molti, sulla scomparsa del lavoro inteso come strumento per la costruzione e il mantenimento di un tessuto sociale coeso e votato al progresso e sulla morte della scuola intesa come ascensore sociale e luogo dell’uguaglianza, fattori indispensabili per sconfiggere la povertà e combattere l’emarginazione dei più deboli e di chi ha meno risorse.
Noi questa società senza appigli, questo mondo senza speranze, questo futuro che non sembra tale, questa distruzione interiore prima ancora che materiale l’abbiamo vista coi nostri occhi, giorno dopo giorno, ci siamo vissuti a contatto e, a poco a poco, ci è entrata dentro, suscitando in noi due reazioni diverse e contrastanti: c’è chi, come detto, si è perduto per sempre e ormai non so neppure se sia recuperabile e c’è chi ha avuto i mezzi, la forza, la fortuna o anche solo l’intuizione di combattere questo contesto di sfacelo e di provare a resistere. E allora abbiamo cercato la politica, quella vera, quella che oggi non ha spazio né voce ma c’è e si batte nelle scuole, nelle università, nei comitati, nei movimenti, nei tanti luoghi del civismo e del volontariato per dar vita a un nuovo mondo, a una nuova idea di società, a un nuovo senso dello stare insieme e del vivere, a un’altra economia, a un’altra concezione dei diritti e delle tutele e per sconfiggere il vero nemico di questo non periodo: l’apatia, la rassegnazione, il cedimento innanzitutto psicologico alle ragioni dei più forti che gridano e impongono con ferocia i dogmi di un liberismo ormai superato nei fatti ma ancora vivo nella brutale prepotenza di chi non vuole che venga minimamente scalfita la barbarie del costante arricchimento dell’uno per cento della popolazione a scapito del restante novantanove per cento.
E così noi, superstiti di quest’ubriacatura generale che è durata un trentennio e oggi spara gli ultimi colpi, i più duri, nel tentativo di sopravvivere al proprio gigantesco fallimento, noi stiamo cercando in qualche modo di trasferire questo bagaglio di idee e visioni nell’unico luogo dove nessuno può ignorarle: nelle istituzioni, nei partiti, nei luoghi decisionali, in quei presidi della democrazia che qualcuno considera ormai vetusti ma che per noi, invece, rappresentano l’ultimo baluardo a difesa di un Paese che senza di essi sarebbe davvero finito.
E non accettiamo minimamente l’idea di lasciar perdere: non ci rassegniamo al pensiero unico dominante che vorrebbe che anche noi ci uniformassimo a questa visione della gioventù come carne da macello dei poteri forti o come vestale del pensiero altrui senza la forza e la dignità di costruirsene uno proprio, radicalmente alternativo a quello che ci ha condotto nel baratro della crisi.
Se c’è una lezione che ci giunge dalla piazza di Atene, dalla vittoria di Tsipras e, soprattutto, dalla missione sociale di Syriza è che non bisogna mai rassegnarsi all’idea di una sconfitta definitiva e senza appello; che nei processi in atto, per quanto tristi e dolorosi, bisogna starci dentro; che non bisogna mai dare retta a chi afferma che non ci sono alternative perché questa è la negazione stessa della politica e che l’unico sentiero oggi davvero percorribile è quello del protagonismo di tutte le categorie sociali che finora sono state tenute ai margini, senza affidarsi a formule magiche e senza la pretesa che un gruppo di persone, da solo, possa rivelarsi salvifico.
Nella piazza di Atene, fra le bandiere di Syriza, Tsipras ha innalzato il vessillo di una nuova resistenza, anzi delle nuove resistenze che ciascuno di noi combatte ogni giorno e ha dato loro una prospettiva di governo e di cambiamento, riconquistando alla politica quel ruolo di “arte nobile” che qui da noi sembra aver drammaticamente smarrito.
E ci ha detto, infine, che non è con la rottamazione dell’esperienza e della storia, delle tradizioni e dei valori che si può essere protagonisti di un tempo nuovo e diverso ma che, al contrario, è indispensabile un’alleanza fra i nonni e i nipoti, fra la saggezza di chi può essere una guida e l’entusiasmo di una nuova classe dirigente, e che l’unico cammino che valga davvero la pena di percorrere è quello che si può compiere insieme tenendosi per mano.
In quel momento, mi è tornato in mente uno slogan dei tanti cortei studenteschi cui ho partecipato: “Non saremo mai come ci volete”, e – per dirla con Kafavis – mi sono augurato più che mai che la nostra strada sia lunga.


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