È più dell’euro, è la democrazia

di il 24 febbraio 2015


Qual è il punto cruciale dell’atteggiamento assunto dalle istituzioni europee nei confronti del nuovo governo greco? Pur liquidando in maniera sbrigativa le ragioni della Grecia, sul Foglio di qualche giorno fa Giuliano Ferrara è andato dritto al cuore della questione: nell’Unione monetaria europea la sovranità democratica, come siamo stati abituati a conoscerla, non può più esistere e stiamo sperimentando una “democrazia depoliticizzata”, in cui viene fatta salva la forma della rappresentanza parlamentare, ma le cifre che contano non sono quelle dei risultati delle elezioni. Al netto del dubbio se abbia ancora senso ricorrere al termine democrazia per un assetto del genere, la diagnosi è raggelante, ma spietatamente realistica.
Il braccio di ferro con la Grecia non riguarda infatti le condizioni di rimborso del suo debito pubblico, su cui l’accordo è raggiungibile e non comporta neppure particolari oneri aggiuntivi rispetto alle condizioni già concesse (anche perché tutti sanno che il debito greco, dopo essere vorticosamente cresciuto fino al 175% del PIL durante gli anni della miracolosa cura della Troika, è sostanzialmente inesigibile…). Il punto di scontro è costituito invece dal messaggio disciplinante che la Germania e le istituzioni europee devono riaffermare di fronte alla Grecia e a ogni possibile futuro interlocutore riottoso al paradigma delle famose ‘riforme strutturali’: taglio della spesa pubblica e alto avanzo primario anche in fase di recessione, flessibilizzazione del lavoro e deflazione salariale, privatizzazioni a qualsiasi costo. Il piccolo problema è che Syriza ha ricevuto un forte mandato popolare proprio per ribaltare questo paradigma. Il rifiuto della Troika, al di là degli aspetti nominalistici, vuol dire questo. Quanti hanno criticato la scelta di Syriza di allearsi con una forza di conservatrice ma contraria ai diktat europei, piuttosto che con partiti progressisti ma favorevoli a mantenere la linea di austerità, non hanno colto una delle novità centrali emerse dal voto greco: per la prima volta nell’eurozona un’alleanza di larghe intese si forma non per garantire l’attuazione dell’ortodossia europea in materia di politica economica, ma per tentare di scardinarla.
La vicenda greca ci dirà se un tentativo di questo genere è perseguibile all’interno di una scelta che non mette in discussione l’appartenenza all’euro. Che cosa accadrà se durante i mesi della fase di transizione del prestito-ponte il governo greco sarà piegato e costretto a fare una sostanziale marcia indietro rispetto agli impegni presi con gli elettori? Davvero l’opzione dell’uscita dall’euro potrà ancora essere esclusa? Si può obiettare che l’uscita sia molto rischiosa per un paese con le caratteristiche della Grecia. D’accordo, ma se alla Grecia viene imposto di rovesciare il programma votato dagli elettori per seguire una ricetta che ha già dimostrato di essere disastrosa, tra un sicuro disastro economico con in più la rinuncia alla democrazia da un lato, e l’incognita di un salto nel buio dal punto di vista economico con la tutela della democrazia dall’altro, quale strada conviene imboccare ai greci?
Di fronte a questa situazione diventa sempre più difficile continuare a circoscrivere il caso alla Grecia e non riconoscere che ci troviamo di fronte al definitivo emergere di una contraddizione profonda della costruzione dell’euro, che dovrebbe interrogare anzitutto la sinistra. Quello che si sta imponendo alla Grecia è la sterilizzazione di ogni forma autonoma di decisione politica fondata sul voto popolare. Il punto centrale in discussione in questo passaggio è la democrazia, non l’economia. Che l’attuale assetto dell’euro fosse insostenibile economicamente ce lo ha insegnato la più lunga e devastante recessione dal dopoguerra. Ora dobbiamo prendere atto che questo assetto diventa insostenibile anche dal punto di vista democratico: toglie oggi ai greci e domani potenzialmente ad altri popoli europei (in una misura molto più coercitiva di quanto sia avvenuto finora per effetto delle regole di Maastricht) un bene ancora più prezioso del benessere economico, la libertà di autodeterminazione politica. Dovrebbero preoccuparsene soprattutto le forze del socialismo europeo, non a caso già ridotte all’irrilevanza in molti paesi dell’eurozona. Anche perché, se la sola politica economica consentita è quella dell’ortodossia di Bruxelles, dopo la sovranità democratica c’è un’altra cosa destinata ben presto a diventare anacronistica in questa Europa: l’idea stessa di sinistra.


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