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La medesima sfida che al tempo di Gramsci

di il 26 maggio 2015


Conosco Alfredo da molti anni. Per chi ha fatto l’esperienza della Camera quando l’ho fatta io, per molti di noi, Alfredo era un po’ come Martinazzoli: quelli che, quando si sapeva che avrebbero parlato, l’aula si riempiva per andarli a sentire, perché valeva la pena entrare in aula per ascoltarli. Mi ricordo Alfredo che parlava lassù, stavi in genere un po’ in alto; almeno questo è il ricordo, forse perché sei alto tu: naturalmente il problema era sempre un altro, questo è pacifico, comunque, quale che fosse il problema in discussione. 

Però io ti ascoltavo, e sebbene allora fossimo in partiti diversi e anche abbastanza fieramente agguerriti l’uno nei confronti dell’altro come nella storia sono sempre stati socialisti e comunisti, tuttavia io coglievo quello che avevamo in comune, perché in realtà questa diversità a volte fortemente polemica partiva dalla premessa che avevamo in comune qualcosa. E quello che poi ci fece ritrovare insieme, e da una certa data abbiamo pensato e lavorato insieme, è stata una duplice consapevolezza. 

Da un lato l’idea che la fine del comunismo non implicava il dilagare spontaneo di valori diversi da quelli che esso aveva perseguito e che fossero in grado di riempire il mondo da soli – la democrazia, lo sviluppo economico fondato su mercati funzionanti eccetera – e che quindi avesse ragione Bobbio, e non solo Bobbio, quando aveva detto: il comunismo ha perso, ma la domanda di giustizia in nome della quale si era mosso è una domanda alla quale il mondo ora deve trovare una risposta diversa. E quindi l’idea che ci fosse ancora bisogno della politica che fa la storia, che è una delle tue formule Alfredo: la politica che fa la storia. 

La seconda convinzione era, e io ne ero contento, che ci ritrovavamo entrambi in fondo in Bernstein e quindi nell’idea che il cambiamento politico non può essere l’unica matrice della storia, che deve essere consapevole che si interagisce in tanti nella storia, e tuttavia si può metterci, e far valere, l’intento di cambiare la storia secondo la propria visione, e direbbe Mario Tronti anche secondo il nostro progetto possibilmente, non accontentandosi di sapersi adattare al cambiamento. I migliori storici dell’economia ci hanno spiegato che le economie funzionano, e la crescita non è messa a repentaglio, e il declino è evitato se vi sono una politica e istituzioni capaci di adattarsi al cambiamento: verissimo. E tuttavia noi abbiamo sempre pensato che tocca a noi adattarci al mondo, ma tocca anche al mondo adattarsi a noi:  cioè essere impresso da ciò che noi vogliamo che esso sia, e avere un disegno per i rapporti tra gli esseri umani di cui possiamo constatare negli anni l’avverarsi, sia pure parziale. 

Quanto penso che avessimo ragione, proprio davanti a ciò che è venuto accadendo nel corso degli anni successivi a quello spartiacque rappresentato dalla fine del comunismo, che non fu la fine della storia. Quale storia è iniziata, quale storia ingarbugliata, ingovernata, non capita, caduta su di noi senza che noi fossimo in grado di controllarne i movimenti, i conflitti, le mutazioni: l’economia globalizzata, i conflitti nuovi che essa ha portato con sé; i conflitti ideologici di matrice religiosa, di matrice etnica, che l’equilibrio bipolare aveva tenuto sotto la cenere e che sono esplosi in paesi nei quali a volte noi siamo andati togliendo avventatamente il coperchio, come se non sapessimo che cosa stava bollendo e sarebbe venuto fuori dal pentolone uscendo totalmente da ogni nostra capacità di controllo; le interdipendenze nuove che si sono create tra una parte e l’altra del mondo grazie anche alle tecnologie. 

Tempo fa mi sono trovato a vedere ricordata una mia conferenza fatta nel ’92 alla London School of Economics che allora colpì perché avevo preso la prima regola del caos meteorologico – se una farfalla batte le ali a Tokyo si può scatenare una tempesta a New York – per dimostrare che alla fine del secolo ciò era vero anche per i rapporti economico politici: ora chiunque battendo su un tasto a Tokyo può scatenare una tempesta a New York, una tempesta non meteorologica ma reale. È questo che mi colpisce, che quello che ne è uscito è un modo assolutamente ingovernato, nel quale, come tu dici e scrivi in questo libro, l’economia, che è certo la grande protagonista di questi cambiamenti, è diventata sempre piu grande e la politica, che l’avrebbe dovuta inseguire, seguire e nei limiti del possibile governare, è diventata sempre più piccola: ed è questo il nostro problema. 

Non è tanto che la politica non è andata dietro. Non è tanto che la politica è rimasta nazionale quando avrebbe dovuto essere europea, e se fosse europea non basterebbe se non a dare a ciascuno di noi una voce meno flebile nel mondo più largo: è che la politica si è rimpicciolita. Come tu scrivi, hai la sensazione di vivere in un’Europa “senza”, in un’Italia “senza”. Così scrivi. E non è un caso, abbiamo tanto riflettuto insieme in questi anni, che io abbia esattamente la stessa percezione. Una percezione che discende, c’è poco da fare, dall’immiserimento culturale che ha colpito la politica, ma anche più latamente le nostre élite dirigenti, comprese in buona misura le élite intellettuali, che hanno accettato che il mondo possa essere governato dalle regole oggettive dell’economia e hanno rinunciato a pensare a un’economia che possa essere diversa dalla mera efficienza in sé, o dalla efficientizzazione (in nome di che cosa?). 

Qui tornano alla mente i vecchi grandi maestri dell’economia, forse finiti con Keynes: ma noi avevamo Caffè, che io ho davanti grazie a un amico che continua testardamente, Pino Amari, anche la Cgil produce intellettuali, a lavorare su Caffè. Mi colpisce una frase di Alfredo riferita alla politica, dice non basta un partito che gestisce quello che c’è in nome dell’efficienza e della modernità dato il fatto che le tendenze sono già iscritte nella falsa oggettività dell’economia. E c’è un passaggio di Caffè che dice: una efficienza priva di ideali ci riporta al clima intellettuale che ha consentito di designare l’economia come una scienza crudele. Riguarda anche una buona parte delle nostre élite intellettuali il fatto che siamo arrivati allo state contenti umana gente al quia. E non facciamo il passo ulteriore perché ci stiamo privando delle fondamenta culturali che servono a fare quel passo ulteriore. 

Per questo il bisogno che si sente è quello di riaffondare le radici e le impostazioni della politica in una dimensione culturale. Io rimango colpito da questo fatto, che poi riguarda gli studi, l’università, la scuola. E mi torna in mente quello che scriveva Gramsci quando si riferiva alla futura scuola, che non sarebbe stata soltanto per le élite ma anche per i figli dei milioni che erano rimasti fuori; e il problema di Gramsci era non li dovrete privare della cultura: non dovrà essere una scuola più ignorante, perché dovranno essere in condizione di capire e dominare la realtà esattamente come è stato finora per le élite. 

Ho l’impressione che buona parte del nostro problema sia nel fatto che finora non abbiamo ancora vinto questa sfida che Gramsci poneva all’educazione e alla cultura del futuro. E mi sgomenta infatti che Alfredo fa una citazione – perché quando dice “partito della nazione” sta facendo una citazione – viene  criticato, e nasce una polemica ad opera di persone che non sanno che cosa ha citato. E quindi non sanno che cosa significava “partito della nazione”, e lo confondono con un partito che vuole acchiappare voti da tutte le parti eccetera. E Alfredo si trova improvvisamente padre di quest’idea, che casomai è di Kirchheimer o di altri e non è la sua, e non di quella nobile idea iniziale che il partito è parte per la visione che ha, ma la sua deve essere una visione che riguarda non il segmento di società che rappresenta come base di partenza, ma deve essere una visione che si connette con l’interesse generale. E questo è il punto, ed è un tema che abbiamo davanti come paese e come Europa. 

Quanto più si rattrappisce la cultura della politica tanto più si rattrappisce ciò che la politica si rende capace di fare rispetto a ciò che è necessario, e Alfredo questo lo nota e anche qui nota una carenza culturale, quando dice ciò che bisogna riformare non è solo lo stato come macchina, ma come modo di stare insieme dei lombardi con i siciliani. Perché questo è il problema della politica. E se non riesce ad arrivare qua, in fondo, il mondo continuerà a pioverci addosso, e noi continueremo a sentircene vittime e a non avere né la prospettiva né l’orgoglio non di fare la storia a modo nostro, ma di imprimere nella storia ciò di cui noi siamo capaci. 

È curioso che tanti giovani sentano questo ma siano molto spesso talmente privi dell’alimento culturale che articola tutto ciò in una visione che è insieme della società, del suo futuro e della politica, che gira gira abbiamo bisogno di un uomo di novant’anni perché continui a dircelo, a porci domande che neppure vengono capite. Fino a quando arriverà qualcuno che le capirà, e Alfredo a quel punto sarà felice.


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