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Avere vent’anni al tempo di un nuovo inizio

di il 24 febbraio 2015


La straordinaria vittoria della sinistra greca è il sintomo delle “grandi cose” che stanno per venire. Si è aperta una nuova stagione per il continente europeo, nel segno della rianimazione della democrazia sostanziale e della costruzione di un’alternativa vincente, politica e culturale, alla crisi dell’egemonia del paradigma neoliberale e neoconservatore. Ci troviamo in una fase di crisi organica, in cui il “vecchio non può più, ma il nuovo non può ancora”. Viviamo un tempo senza epoca, un eterno presente senza Storia: la crisi della Modernità è una lunga, interminabile stagione di transizione. Ma siamo giunti a un tornante storico, cioè la fine della lunga fase liberista, fallita “nelle cose” e il tramonto dell’illusione secondo cui le logiche mercatiste avrebbero potuto regolare ogni aspetto dell’esistenza umana; è venuta meno l’idea del Mercato come creatore di una nuova, orizzontale, antropologia (quella dell’homo oeconomicus e del “cittadino-consumatore”) e di un modello di organizzazione fondato sulla disarticolazione di ogni legame sociale e sulla valorizzazione dell’individualità.
La vittoria di Syriza è un evento periodizzante, che segna un confine tra un prima e un dopo. È stato lanciato un messaggio che ribalta lo schema dominante: ha vinto il rifiuto di anteporre le convenienze di mercato a quelle umane, il rispetto dei vincoli di bilancio alla dignità della vita delle persone. Viene scardinata la logica economicistica neoliberale in funzione di un ritorno a una dimensione di vita più umana. Taglio del debito, innalzamento della domanda aggregata, welfare universale, investimenti, regole meno squilibrate per i licenziamenti, redistribuzione del reddito a cominciare da un livello di dignità del salario minimo, è questo il cuore della piattaforma di rottura con la quale Syriza ha vinto le elezioni. La sinistra greca è partita dal basso, dai bisogni delle persone, stando nelle lotte sociali, nei conflitti e dando una risposta alla sofferenza vera della gente. “In principio est homo”, quindi.
Ha ristabilito la connessione sentimentale con una base sociale, abbandonando l’idea di un riformismo dall’alto, ed è tornata a “fare popolo”. Ha dato una rappresentanza agli ultimi, agli sconfitti, alle “vite di scarto” di cui ha parlato anche il Papa. Ha fatto della lotta alla povertà e all’ingiustizia sociale la sua ragion d’essere. Ha rilanciato l’idea della Politica come movimento reale, come Storia in atto e visione del mondo, come fatto etico in sé, sfaldando il recinto di una narrazione falsamente post-ideologica e di un pensiero economico che si presentavano come a-politici, oggettivi e neutrali. È un’operazione rivoluzionaria: porre in radice il tema della costruzione di una nuova soggettività umana e di una nuova etica conforme, un nuovo sistema di valori verso cui orientare le esistenze delle persone e lo sviluppo della società. Si ripropone il tema del conflitto e dell’egemonia. Si definisce la propria parte, quella dei diritti e degli ultimi, delle classi medie ma anche del lavoro subordinato, dipendente, precario e autonomo. Si tracciano i confini del proprio campo, identificando così anche l’avversario: i vertici di una potentissima concentrazione di potere economico, politico, finanziario e mediatico, responsabili di un indiscriminato attacco sistematico contro diritti e democrazia sostanziale.
La sinistra greca pone anche in nuce la necessità dell’elaborazione di un nuovo mito mobilitante di massa, un nuovo grande messaggio di eguaglianza e giustizia sociale, così lontano dalla grammatica della socialdemocrazia europea, vittima di un retaggio culturale debole e subalterno, la quale negli ultimi anni si è distinta dalla destra, in sostanza, per una maggiore attenzione alla propria “funzione nazionale” e responsabilità nell’attuazione dell’unica agenda economica possibile: quella neoliberale. Cerchiamo di alzare lo sguardo. Proviamo a pensare in grande. Non riduciamo la politica a un “flatus vocis”, a sistema di rapporti di forza o tatticismi senza lunghi orizzonti.
Recuperiamo gli strumenti per una nuova analisi della situazione. Il gioco mercatista liberista non governa più il mondo, ormai sempre più interrelato. Una lunga fase è giunta al tramonto. L’Europa vive uno spaventoso arretramento nell’accettazione stessa dell’idea comunitaria. Con la crisi della modernità, la lotta di classe e il conflitto tra capitale e lavoro vengono sostituiti dal ritorno dei nazionalismi, degli egoismi di parte e dei fondamentalismi religiosi. Al conflitto economico tra Stati si somma quello tra creditori e debitori. Le tensioni tra le grandi potenze si acuiscono. Il vecchio ordine mondiale sembra ormai non reggere più. Riesplode il problema del rapporto tra individuo e società, si rischia lo scisma tra capitalismo e democrazia. La società è percorsa da spinte laceranti, pulsioni distruttive, ma anche da forze di cambiamento: si tratta di tradurle in una proposta politico programmatica e potenzialmente in un nuovo ordine mondiale.
Servono allora grandi parole, nuovi messaggi politici e simboli nei quali riconoscersi. Sono le grandi idee che cambiano il mondo, che mobilitano le masse e mettono in moto i processi. In questa direzione si muove la Chiesa di Francesco. E la Sinistra? È ancora vittima di un lungo retaggio di subalternità e debolezza, culturale prima ancora che politica. Torniamo tra la gente, stiamo nelle lotte sociali, vicino alla sofferenza vera delle persone, recuperiamo le nostre grandi parole d’ordine, diamo un segno a chi non sta più in piedi. Torniamo a fare nostro il togliattiano “aderire a tutte le pieghe della società”. La forza vincente di Syriza è stata la creazione di una rete di assistenza sociale e di mutuo soccorso. Siamo a un nuovo inizio. Poniamo il tema della ricostruzione di una nuova soggettività della politica. Di una nuova antropologia umana. Bisogna avviare il processo di formazione di una nuova volontà collettiva.
La mia è una generazione di ventenni, i “figli della Grande Crisi”, che non si accontentano più della prospettiva di un riformismo che abbia come unico orizzonte quello di edulcorare gli spiriti più selvaggi del capitalismo finanziario. Noi “vogliamo ancora la luna”. La vicenda greca dovrebbe aprire una grande riflessione tra noi e nelle file della socialdemocrazia europea. Per la prima volta da trent’anni a questa parte, si torna a porre il problema di una reale alternativa di sistema. Di un superamento in senso progressivo del presente stato di cose e di questo modello di organizzazione sociale. Si rifiuta una certa idea di mondo, che si fonda su una strutturale disuguaglianza economica, sull’alienazione dell’individuo e sulla mercificazione delle relazioni umane. Rivive la passione di chi non vuole ridurre l’esistenza a un anonimo consumo massificato, ma che vuole “riprendersi la propria vita”, in tutta la sua piena umanità e come aspirazione alla felicità.
La straordinarietà dell’esperienza greca sta nel fatto che questo tema è posto da una forza popolare ma non “populista”, maggioritaria e legittimata da un voto democratico. Il demos torna ad occupare lo spazio politico della polis. Si spezza la trascendenza del dogma monetarista, percepito come assoluto e inoppugnabile e si riscopre la potenza, anche immaginifica, mitopoietica e mobilitante, della Politica.
La Sinistra vive sull’idea di poter cambiare il mondo, di poter concepire un nuovo modo di stare assieme delle persone. Prende forma nel rapporto tra “essere e dover essere”. Si alimenta dell’Indignazione, intesa come processo di autoanalisi e di catarsi con cui si capisce a quale parte si appartiene e chi sono i nostri compagni di lotte. La vittoria della sinistra greca ci dice tutto questo. Ci parla della costruzione di un nuovo “blocco storico” e ci seduce con l’idea di un fronte dell’Europa meridionale che ribalti il complesso dello “Schuld”, che nella lingua tedesca significa sia “debito”, che “colpa”. Tinge di rosso l’orizzonte, tratteggiando i contorni di una cornice più generale e ideale dell’agire politico che si fa Storia e movimento reale: un “nuovo Umanesimo” in cui restituire centralità alla dignità della persona e alla sua esistenziale aspirazione alla felicità.
Ma il Partito democratico può essere il luogo in cui prendono forma queste istanze di trasformazione? O la vittoria della sinistra greca non apre piuttosto uno spazio di riflessione anche tra noi circa le formule organizzative e la costituzione di nuovi soggetti? È difficile da dirsi. Ciò che però pare evidente è che l’intera dialettica politica italiana si gioca all’interno del “partito della nazione”. Il progetto per cui è nato il Pd sembra essere fallito e con esso anche la prospettiva di organizzare un “partito nel partito” e l’idea di una minoranza che a poco a poco ricostruisse le sezioni e un “popolo” della sinistra. È cambiata antropologicamente la base del partito e la sua rappresentanza sociale. Non mi convince l’idea di “rimanere nella ditta” con l’idea di tornare – un domani – allo status quo ante.
Si tratta di mettere insieme persone e di guidarle. Di ricostruire una cultura politica, una nuova narrazione delle cose del mondo. Siamo a un nuovo inizio. Non bisogna evocare “scissioni”. Una semplice operazione organizzativa o elettorale non basta. Né si deve confondere lo strumento con il fine. Bisogna aprire un serio confronto anche nella socialdemocrazia europea, ancora troppo subalterna alle logiche della terza via. Sta vivendo una crisi esclusivamente di fase, oppure è irreversibile? Cosa si muove nella società europea, dalla Grecia alla Spagna? Apriamo un dibattito vero sulla sostenibilità della moneta unica e dell’architettura europea così come sono concepite. Syriza ci dice che la soluzione vincente è stare nelle lotte, a contatto con ciò che si muove nella società e provare ad interpretarne i bisogni più profondi. Bisogna tornare a dare rappresentanza agli ultimi, lanciando le parole d’ordine di lotta alla povertà e all’ingiustizia sociale. Una nuova Critica del presente: è questa la più grande sfida della mia generazione, quella dei figli della Grande Crisi.


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